sabato 31 dicembre 2016

avete il cuore di cemento

Avete il cuore di cemento se pensate che, dopo sei giorni di navigazione su un barcone barcollante, si possano tenere chiuse le porte di una palestra mai utilizzata se non per farci una marchetta elettorale con tanto di gruppo elettrogeno e pavimentazione non a norma.

Avete il cuore di cemento se vi rifiutate di accogliere anche solo per poche ore chi viene ripescato di notte in mare in un luogo appena appena caldo per una doccia, una foto, un’identificazione (già, sono stati anche identificati).

Avete il cuore di cemento se vi mettete ad urlare alla luna rivendicando che “l’accoglienza va fatta in altro modo” ma non indicando in che modo voi, di notte, avreste trattato questi ragazzi (ah già, per voi sono negri o extracomunitari ma poi piangete ricordando i vostri nonni trattati pressoché nello stesso modo quando emigravano in cerca di lavoro).

Avete il cuore di cemento se gridate all’invasione per circa sessanta ragazzi (il numero esatto non è poi così importante) che vengono ospitati in una struttura inutilizzata per nemmeno dodici ore e non vi infastidisce il fatto che alcuni privati, alcune associazioni, alcuni pseudo-imprenditori possano speculare sul business dell’accoglienza.

Avete il cuore di cemento se cercate di cavalcare l’onda della paura, dell’ignoranza, del razzismo di chi è pronto a scagliarsi contro dei poveracci in cerca di aiuto e poi è altrettanto pronto a genuflettersi davanti ad una qualsiasi forma di potere costituito in attesa di sua quota-parte del “ce mi tocca”.

martedì 13 dicembre 2016

Who’s next?

Riceviamo e pubblichiamo, con un'avvertenza: quando si dice "questo blog" non ci si riferisci al blog di Andare Oltre Gaatina che, come si sa, ha organizzato un incontro sulle ragioni del no e la presentazione del volume "no allo sfregio della costituzione" curato dal professor Nunziante Mastrolia, ma al blog edoardomauro.wordpress.com sul quale questo pezzo è stato pubblicato e il cui link è in fondo al pezzo.


Come avrete notato, questo blog si è astenuto dal prendere posizione riguardo al quesito referendario dello scorso 4 dicembre. Troppe polemiche e sproloqui sui social, in tv e sui giornali nessuna riflessione seria e ragionata sulle motivazioni del Si e del No ma solo grandi rodei in stile texano con tanto di toreri in piena competizione di machismo all’italiana e tori che attaccano a testa bassa l’avversario senza alcuna reverenza (almeno di facciata) che tanto sarebbe piaciuta ai nostri democratici-cristiani da Prima Repubblica. Ma si sa, nell’epoca dello show-business, ogni momento è buono per regalarci popcorn e bibite gasate sul divano, la sera dopo il lavoro. E sinceramente, visto lo stile di chi scrive (un po’ retrò e "alla antica") parlare di questa faccenda costituzionale con determinati toni, quando, come avrebbe detto il buon vecchio Giulio Andreotti, “la situazione era un po’ più complessa”, non mi andava a genio.
Ora però, viste come sono andate le cose nell’ultima settimana (per i poco informati, dimissioni di Renzi, domenica l’ex ministro degli esteri Gentiloni incaricato di creare la nuova squadra di governo e qualche ora fa presentazioni dei nomi del nuovo esecutivo di Palazzo Chigi) è necessaria una piccola riflessione.
La squadra di governo è pressoché la stessa, solo qualche cambiamento all’ Istruzione (Fedeli al posto della Giannini) all’ Interno con Minniti al posto di Angelino Alfano che va agli Esteri, la Boschi lascia il suo posto al Ministero per i Rapporti con il Parlamento e si trasferisce a palazzo Chigi come sottosegretario alla presidenza del Consiglio (vabbè parliamone) e quindi Luca Lotti, dal posto occupato ora dalla Boschi, passa allo Sport.
Scelte abbastanza prevedibili e forse giuste da parte del nuovo Premier, inutile rischiare molti nuovi nomi in un esecutivo nato per scortare gli elettori al voto nel 2018 con una nuova legge elettorale, poiché andare a votare a marzo con l’Italicum rattoppato (e qui le responsabilità di Renzi sono tante) era improponibile. E cercare una nuova maggioranza tra opposizioni che non aspettavano altro che questo momento, altrettanto impensabile. Il classico governo di scopo quindi, unica mossa pulita e responsabile che Mattarella potesse fare adesso.
La domanda ora è: cosa ci aspetta dopo?
Ho assistito con attenzione alle dichiarazioni di Renzi durante la direzione del Pd di ieri, e l’ex premier non ricalca assolutamente il profilo di un uomo rassegnato alla vita bucolica di Pontassieve. Renzi appare sciolto, riposato dopo settimane di frenetica campagna elettorale. Veste con maglioncino e camicia, il tipico stile casual con il quale ci aveva abituato quando era un “rottamatore”. Sorride e sembra tranquillo.
E nel discorso che introduce all’Assemblea di domenica 18, questa sua pace interiore è riflessa anche nei progetti: sa di dover parlare con la minoranza dem, sa che molti all’ interno del Largo del Nazareno aspettano la sua testa e i suoi mea culpa, ma è assolutamente convinto che il Pd senza di lui non può fare molto (il 40% del Si è tutta farina del suo sacco). E queste convinzioni, volenti o nolenti dalemiani e bersaniani, si conformano con la realtà. I piani sono semplici: dibattito interno, congresso, rielezione e si va a sfidare il candidato d’ opposizione nel 2018 per essere definitivamente libero dal fardello del mancato voto popolare. Può funzionare questo nuovo cursus ? Potrebbe. Anche perché le opposizioni “di sinistra” all’ interno del Pd non sono così forti da potersi permettere il lusso di scialacquare il voto moderato che ha reso oggi il Pd finalmente vincente.
Ma chi andrebbe a sfidare Renzi? Chi è l’opposizione dopo il referendum?
Nella celebre “accozzaglia” c’è il Movimento 5 Stelle, e i pentastellati sono anche in pole. Uniti ed arroccati ancora di più sugli storici mantra, sfidano Renzi ed il Pd al duello subito, non appena la Corte Costituzionale si sia espressa riguardo le modifiche all’ Italicum. Ma il problema che dalla notte dei tempi affligge i grillini è la scelta della leadership: non esiste all’ interno del movimento un uomo o donna capace di affrontare in questo momento Renzi. Di Battista? Di Maio? Fico? Esperimenti acerbi per poter confrontarsi con il Partito Democratico, forte in questo momento anche del sostegno dei governi europei. E poi la democrazia del web rischia di creare ancora di più inquietudine e sospetti in un Paese che vede complotti persino nei post pubblicati da Piero Pelù sulle matite utilizzate nelle cabine elettorali.
Venendo in casa nostra, nelle terre di quelli a cui piace definirsi di Destra, la situazione è ancora più drammatica. È vero, Berlusconi scendendo in campo in prima persona a favore del No, ha certamente spostato gli equilibri del voto, e parla di centrodestra unito e competitivo. Ma Crono ha sempre fame e sappiamo che il suo pasto preferito è figli a colazione, pranzo e cena. Il Cavaliere ostacolerà ancora una volta una rinascita di quest’area del Paese che, dati alla mano, si sta spostando sempre più verso il Pd ed il suo progetto in chiave moderata. Testimone di questa lettura è il fatto che a Milano, culla di Berlusconi, ha prevalso il Si.
Assistere per l’ennesima volta a Berlusconi che fagocita il centrodestra sprezzante delle sue responsabilità politiche e senza che nessuno riesca ad intervenire perché non credibile (vedi i Salvini e Meloni e i numerosi figli illegittimi tra cui ultimo l’ex candidato sindaco di Milano Parisi), non può che portare all’ abbandonarsi all’ennesima occasione sprecata. Nella crisi del bipolarismo causa le imperanti forze populiste, c’è bisogno di una Destra che sappia ascoltare e che non sia sorda. C’è bisogno che si renda conto di quella che Buttafuoco chiama “Via della Seta”: siamo tra i padri più illustri della cultura occidentale, ci ritorviamo ad essere oggeto di studio in quanto protettori di sapere certificato e di origine controllata. La nostra è “un’entità universale cui guarda il mondo intero”. Siamo cresciuti e siamo diventati quello che siamo soprattutto grazie a queste certezze, sarebbe controproducente allora, continuare a lasciare inascoltata quel lato del Paese che continua ad essere la nostra storica locomotiva, quella a trazione liberale. C’è bisogno di una Destra che non sia popolana e impopolare (come, peraltro, la vorrebbe la sinistra), ma finalmente coscienziosa delle sue origini e pronta a nuove chiavi di lettura che questo mondo in evoluzione continua a offrirci. C’è un Paese che soffre, e non vedo perché una buona cultura di destra non possa contribuire consapevolmente alla sua rinascita, smettendo di credere a falsi miti, facili e scontati, demagogici e razzisti. Svegliamoci se ancora ne sentiamo la necessità. Oppure accontentiamoci di essere i comprimari in un gioco che vede Renzi sempre vincitore per abbandono degli avversari, anche per colpa di coloro che preferiscono essere divorati da Berlusconi piuttosto che dall’ex sindaco di Firenze.
Ecco, potrebbe essere questo il sogno di una nebbiosa notte milanese, l’ennesima. Come ennesimo sarebbe il sogno.

Edoardo Mauro
pezzo già pubblicato sul blog

giovedì 8 dicembre 2016

Andare Oltre, a determinate condizioni

Proviamo a fare un gioco insieme: sapete dirmi qual è quel periodo dell’anno in cui la maggior parte di coloro che ci circondano sembra essere più buona, disponibile e pronta ad aiutarci (o finge spudoratamente di esserlo), dove i buoni propositi di molti si sprecano e gli abbracci inaspettati sono più falsi di un bacio di Giuda? Se avete pensato al Natale, vi siete sbagliati. Lo so che vi ho tratto in inganno, ma è solo un’apparenza. Se mi fossi riferito al Natale, avrei incluso anche me, senza riferirmi soltanto ad altri. La risposta esatta dell’indovinello è: la Campagna Elettorale.
Complimenti a chi ha risposto immediatamente!!! Si vede che ha un ottimo trascorso, sia dal lato attivo (poco) che dal lato passivo (molto ed in tutti i sensi) di campagne elettorali. Ahimè (o fortunatamente) da qualche mese vivo a Roma ma, in un modo o nell’altro, ho il privilegio di riuscire ad informarmi di quanto sta accadendo nella nostra amata Galatina.
So che c’è molto fermento in giro: tra accordi raggiunti, accordi sperati, accordi mancati, riunioni fiume e toto-nomi sembra di vivere in un avvincente romanzo thriller-politico. C’è chi addirittura, vestiti i panni del supereroe (con tanto di mutandone ascellare sopra la calzamaglia), ha lanciato un progetto politico per Galatina da remoto. [Forse, su questo argomento, ritornerò a parlare in un secondo momento]. Come al solito, noi galatinesi non ci facciamo mancare nulla.
Proprio a causa della mia forzata lontananza da casa, non mi sento autorizzato a entrare nel già affollato calderone della campagna elettorale ed a parlare di ciò che serve o non serve a Galatina. Finirei per fare la solita meschina figura di quelli che, pur non combattendo giorno dopo giorno con le problematiche cittadine, pensano e dicono: “concittadini, è arrivato il salvatore della patria con le idee più brillanti di sempre!”. Mi permetto soltanto di lanciare una proposta, provocatoria, che vada a regolare in un primo momento la campagna elettorale e, successivamente, il modo di operare della prossima classe politica dirigente di Galatina. Nessun fantomatico programma, quindi, ma solo una semplice modifica delle regole del gioco.
Appurato che il leitmotiv di questi ultimi anni è la parola “cambiamento” unita alle parole “contro la casta”, perché non ci impegniamo, tutti quanti, a far compiere ai futuri candidati un passo verso il cambiamento del modo di agire che ha sempre caratterizzato la realtà politica locale?
L’operazione è quanto di più semplice si possa realizzare: si predispone un “impegno etico”, contenente un semplice ed unico obbligo per i sottoscrittori, e lo si fa firmare, in un primo momento, da tutti i candidati alle prossime elezioni, sia al ruolo di sindaco che al ruolo di consigliere e, in un secondo momento, anche da coloro i quali, se non precedentemente candidati, andranno a ricoprire la carica di assessore.
Non mi sembra necessario parlare di “codice etico” perché ritengo, in cuor mio, che i vari obblighi di decoro, onestà, probità, correttezza ed impegno costante dovrebbero essere naturalmente insiti nell’animo di chi ricopre ogni carica pubblica e, in particolar modo, quella politica.
Ho, invece, preferito usare l’espressione “impegno etico” perché mi piacerebbe che i soggetti di cui sopra firmino l’obbligo (ahimè solo morale) di non cedere alla tentazione di sistemare la propria famiglia, ufficiale o ufficiosa, sfruttando il ruolo istituzionale ricoperto come impegno assunto davanti alla cittadinanza tutta a costo di giocarsi la reputazione e l’onorabilità.
È ora di andare oltre al solito teatrino dove i vari pupi, investiti di pubblico incarico, si sfidano per chi deve collocare per primo il rispettivo parentado. È arrivato il momento di distruggere questo impolverato palcoscenico e tutto ciò che lo circonda per far entrare nuova luce che guidi al cambiamento.
Sono ben conscio che un simile impegno, seppur sottoscritto da tutti, ha la stessa importanza del due di denari con briscola a bastoni. Nessuno potrà appellarsi a tale “impegno etico” per opporsi ed impedire, efficacemente, una condotta allo stesso contraria. E ciò potrebbe costituire un motivo in più per tutti i candidati a sottoscriverlo, in quanto certi di potersela cavare impunemente.
Ma resterà comunque indelebile quell’onta, grave ed incancellabile, sulla figura politica di chi dovesse disattendere l’”impegno etico” una volta sottoscritto. Specialmente se ha professato di rappresentare il cambiamento. Specialmente se dice di avere a cuore le sorti di Galatina. Specialmente se ha abusato della buona fede degli elettori.
Ora, proviamo a fare un altro gioco tutti insieme: chi è disposto a firmare questo “impegno etico” e, soprattutto, a rispettarlo?

Gabriele Giaccari

mercoledì 23 novembre 2016

perché è la volta dei trenta-quarantenni

Esordisce oggi il "signorW", amico di Andare Oltre Galatina che, così come il più famoso Nazareno Renzoni di Servizio Pubblico o così come il più nostrano Pasquino Galatino, ci aiuterà a capire la situazione cittadina... e a giocarci su. Buona lettura.

Galatina è un paese in forte regressione ormai da decenni e da più legislature è amministrata sempre dalle stesse persone, elette con un sistema clientelare. Una classe politica ormai "cinquantenne" (a parte qualche eccezione) che ha sfasciato il paese. È tempo che queste persone si facciano da parte o che l'elettorato comprenda che votare "sempre gli stessi" non porta nessun reale beneficio alla nostra Città. Le cronache di questi giorni, però, non ci fanno ben sperare. I maestri dell'immobilismo sono pronti per tornare nel ring elettorale, come se nulla fosse. Ma il tempo della pazienza è terminato. I galatinesi devono dare un forte segnale con il voto della primavera 2017.  
Prendiamo cosa è accaduto a Nardò. Finalmente la società neretina ha saputo svoltare, ha saputo "rottamare" una classe dirigente che si era alternata negli anni senza dare risposte ed era riuscita a anche ad ripresentarsi sempre sotto differenti insegne. Pippi Mellone in un sol colpo, con un serio lavoro costruito negli anni e con il sostegno della Città, ha mandato a casa tutti i responsabili dei disastri passati. 
A Galatina servirebbe un'operazione speculare. Al di fuori dei vecchi steccati della destra e della sinistra. Un'operazione che metta insieme tutti i giovani e meno giovani, quei trenta-quarantenni che fino ad ora sono stati esclusi dalle stanze dei bottoni e che vogliono bene alla Città. Che credono nel cambiamento. Che credono nel superamento dello status quo. Che vogliono una Città più pulita e più ordinata. Che vogliono una Città al passo con i tempi. Che vogliono una Città con una mobilità sostenibile. Che vogliono una Città più verde e a dimensione di bimbo. Che sognano una Galatina più bella. Insomma, dopo anni buttati al vento per l'incompetenza di questa classe dirigente ormai usurata, è tempo di mettere insieme le forze nuove e fresche per dare un'opportunità alla nostra amata Galatina. Le elezioni sono alle porte, non lasciamoci sfuggire questa occasione.
W

martedì 8 novembre 2016

Yes, We can

Riceviamo e pubblichiamo

Chiariamoci, comunque finiranno queste elezioni presidenziali americane 2016, non sarà un successo.

Nella culla della democrazia, ogni risultato elettorale desterà sicuramente forti perplessità sul futuro: oltre ad un voto che si preannuncia combattutissimo, scheda dopo scheda seguendo l'ordine temporale dettato dai tre fusi orari americani, domande con pericolose risposte spingeranno gli elettori americani alle urne. Come farà un tycoon megalomane ed estraneo (se non in antitesi) con la politica, a reggere il ruolo di presidente degli Usa? E se sarà l'ex first lady di Bill Clinton, Hillary, a trionfare, l'America riuscirà a dormire sogni più tranquilli?

Questi due candidati si presentano nella più assurda campagna elettorale americana nelle vesti di figli del loro tempo. Trump, cavalcando l'onda delle grandi paure occidentali con proposte altrettanto inquietanti, ha polverizzato l'establishment del Partito Repubblicano vincendo le primarie con modi e movimenti da vero e proprio pugile: attacca, affonda, colpisce duro dritto sul muso. Vuole costruire muri al confine sud del Paese, contro i "delinquenti" del Messico, chiede alleanze a Putin, si dimostra promotore della campagna pro-armi. Rinnega il politicamente corretto, minimizza il ruolo del partito dell'elefante che lo ha portato alla candidatura, scatenando l'ira dei Bush e di gran parte della classe dirigente repubblicana. E’ perennemente sotto accusa da parte dell'opinione pubblica a causa delle sue frasi razziste, xenofobe e misogine, dette gran parte in conversazioni non private.

La Clinton si butta nuovamente nella mischia delle presidenziali dopo l'esperienza di Segretario di Stato, sostenuta ovviamente dal marito Bill e da Barack Obama e sua moglie Michelle. Punto di riferimento nella leadership dei Democratici, ha dovuto combattere aspramente con il senatore Bernie Sanders durante le primarie, riuscendo però a portare a casa la partita. Molto criticata per i suoi contatti con le monarchie del Golfo Persico, Hillary rischia a causa di mail intercettate riguardanti suo marito Bill e per colpa dei finanziatori della sua campagna elettorale (si parte dall' Arabia Saudita, covo di interessi fondamentalisti, fino alla Coca Cola ed altri gruppi di interessi internazionali). Celebre l'accusa del suo sfidante Sanders durante le primarie: “Come potrai riformare davvero Wall Street mentre spendono milioni e milioni di dollari in contributi alla tua campagna elettorale?". La Clinton è chiara rappresentazione della vecchia politica americana, fatta di luci e ombre, di compromessi in nome della democrazia.

Nemmeno i programmi convincono molto: ad esempio le promesse di una riduzione della tassazione e dell'aliquota fiscale sulle imprese da parte di Trump risulterebbe assai improbabile se (come alcuni principi macroeconomici ci insegnano) non si vuole aggravare il deficit pubblico. La Clinton pecca di più in politica estera, a causa delle sue sopracitate "amicizie" e le proposte di politica interna risultano retoriche, tanto fumo negli occhi e poco arrosto.

Insomma impreparazioni e dure insinuazioni volte a screditare il nemico hanno rappresentato questa corsa alla Casa Bianca. Ed ecco spiegato il grande interesse internazionale verso questa tornata elettorale americana

Perché la crisi, non solo economica ma anche della leadership, non aveva mai attaccato Washington così duramente. Il grande recupero Usa dopo il 2007 aveva trascinato la vecchia Europa: il clima di ottimismo, gli "Yes, we can", rendevano la democratica fortezza americana inespugnabile da forze endogene. Ma la "stagnazione secolare" (annunciata così da economisti come Geithner e Summers), l'inesistenza di risposte nel processo di sviluppo odierno, la preoccupazione della classe media e l’incertezza delle istituzioni durante il mandato Obama, hanno condotto questi due impensabili candidati a giocarsi la poltrona dello Studio Ovale. E così i trascinatori rischiano di essere condotti verso la "fine di un’epoca", dove gli schieramenti politici assumono connotati diversi e le logiche di partito tradizionali perdono giorno dopo giorno credibilità e probabilità di successo. E con esse ovviamente, sfumano visioni e processi dati come, non dico eterni, ma quasi.

E noi? Come l’Italia e l’Europa possono porsi nei confronti dell'esito del voto americano?

Anche noi affrontiamo una delle crisi di leadership più grosse della nostra storia repubblicana e comunitaria. Con un Renzi, uomo solo al comando, che si gioca le sue carte sul referendum costituzionale di Dicembre (benedetto, per altro, anche da Obama qualche giorno fa), con un’Europa divisa e immobile su vitali temi sociali ed economici, l'importanza di trovare una risposta alle nostre domande senza subire inaffidabili condizionamenti internazionali, oggi ci dà un senso di maggiore responsabilità. E' arrivato il momento per l'Italia e per l’Europa, di trovare soluzioni non in altri luoghi, ma nelle nostre case e nelle nostre realtà: solo così potremmo finalmente trovare risposte concrete e attuabili, che si adattino perfettamente al nostro tessuto sociale. Dobbiamo rafforzare il ruolo delle nostre istituzioni con posizioni chiare ed inequivocabili sia in politica estera che interna. Dobbiamo comprendere quello che siamo per capire cosa vogliamo diventare.

Usare la miccia di una bomba che rischia di esplodere per accendere finalmente il nostro futuro. Usare le nostre paure come forza di cambiamento. Solo così ce la faremo. Yes, We can.

Edoardo Mauro

venerdì 4 novembre 2016

su "le lupe", romanzo di Flavia Perina

Flavia Perina, Le lupe, Baldini&Castoldi, 2016
John King, geniale scrittore della chemical generation, autore tra le altre cose della trilogia sul calcio (fedeli alla tribù, cacciatori di tese e fuori casa), fa dire ad uno suo protagonista che "gli sbirri non sono che una tifoseria come le altre, con l'unica differenza che non pagano mai per ciò che fanno" (la citazione è più o meno a memoria). Ecco, è come se in Flaminia, la protagonista del romanzo di Flavia Perina, questo concetto fosse non solo ben stampato in testa ma anche digerito per bene dal non farle mai, in nessun momento, passare per la testa il fidiamoci-della-giustizia. È finita troppo chiaro a Flaminia che sono troppi i Gabriele Sandri, gli Stefano Androvaldi, gli Stefano Cucchi in questo paese per poter anche solo sospettare che questa volta possa andare diversamente. Ma il suo merito più grande è quello di dirlo fuori dai denti, senza finti moralismi, senza preoccuparsi della forma; “vedo il ritratto mostruoso di un inconsapevole, lontano mille miglia da ogni senso di colpa. E' un cretino qualsiasi. Se facesse il bidello, o l'autista, o il manovale, sarebbe ugualmente bovino, e però non dormirebbe da tre notti, come me, nel terrore di sentire bussare alla porta. Ma fa il poliziotto, è lui quello che bussa alla porta, quindi può risparmiarsi anche l'insonnia ed è per questo che alla fine mi gira la testa. L'impotenza che provo mi fa pulsare le tempie come un tamburo.”
E poi c'è la poesia di un mondo che fa quadrato, che anche dopo anni di lontananza al primo sguardo, senza nemmeno bisogno di parole, sa perfettamente cosa può fare e lo fa, un mondo lontano nel tempo, un mondo che forse ognuno di noi vorrebbe avere come ultima risorsa sulla quale poter sempre contare. Un mondo diverso e distante da "ciò che con la vita si diventa" ma che più della realtà quotidiana ti conosce e ti soccorre. Un mondo umano e politico che viene descritto con una lucidità fuori da quella retorica che in questi anni ci ha ammorbato; “erano persone finite quasi per caso nel recinto sempre più stretto della destra, dove convivevano per necessità di sopravvivenza tribù improbabili ed assolutamente incompatibili: i matti di Civiltà Cattolica che menavano col crocefisso e i pagani che sacrificavano galli neri al Solstizio d’Inverno, i seguaci del culto di Mitra e quelli di monsignor Lefevre, orientalisti e futuristi, punk e cover-band beatlesiane, Evoliani e Gentiliani, ecologisti e operaisti, steineriani e monarchici, che una volta saltata la riserva indiana sarebbero finiti a pascolare ciascuno per conto suo senza rimpianti.”
Le lupe, il romanzo edito da Baldini&Castoldi, è anche questo. E’ la storia di un’ingiustizia e della reazione di una madre che non si rassegna a vedere le cose andare come devono andare. Ma quello che più ferisce è che la storia dell’ingiustizia e della dinamica degli eventi è assolutamente credibile e compatibile con la realtà che viviamo. Il pugno nello stomaco lo senti arrivare dritto e preciso quando capisci che sì, è già successo, non è solo una storia romanzata, è così che vanno le cose. Ed il romanzo forse è il mezzo di denuncia sociale più forte a disposizione, più forte dell’inchiesta giornalistica, del servizio in prima serata, dell’immagine di quel ragazzo sbattuta in prima pagina. E dopo quel pugno resti tramortito, perché quella storia ti resta dentro e attraverso quella storia leggi la realtà in maniera diversa, più vera, più umana. Nelle contabilità delle guerra, i morti nemici sono numeri, i morti amici invece hanno storie, vite, relazioni… ecco, Flavia Perina racconta la storia, la vita, le relazioni di uno di quei numeri.

mercoledì 20 luglio 2016

19 luglio 1992 - 19 luglio 2016: Paolo vive!

“La paura è umana, ma combattetela con il coraggio”. Paolo Borsellino era convinto che la mafia si sconfiggesse solo ed esclusivamente parlandone, scendendo in Piazza e combattendo ogni timore con i valori adatti a sconfiggere la malavita.



Da vent’anni a questa parte, a Palermo si svolge la fiaccolata in memoria del magistrato ucciso il 19 luglio 1992. Anche quest’anno, l’associazione politico-culturale Andare Oltre di Nardò, con il patrocinio del Comune, ha invitato il popolo neretino a scendere in Piazza, a prendere parte alla fiaccolata in memoria del Giudice che ha stanato la malavita.



Con una fiaccolata partita da Piazza Salandra il corteo, con a capo il neo sindaco Pippi Mellone, si è diretto nei pressi del tribunale di Nardò, in via Falcone – Borsellino, dove il Primo Cittadino insieme al procuratore aggiunto e prossimo capo della Direzione Distrettuale Antimafia Antonio De Donno,  ha depositato una corona di fiori per commemorare la scomparsa dei due Magistrati.


Anche con la fascia tricolore, Mellone aderisce in prima persona alle iniziative che per anni ha condotto personalmente. Da Sindaco, chiama a raccolta la sua Nardò in una fiaccolata, urlando simbolicamente che le mafie si sconfiggono con il coraggio e con la forza di parlarne, senza mai smettere. Chiamata a raccolta alla quale hanno aderito anche il neo sindaco di Gallipoli Stefano Minerva e il sempre presente assessore leccese Alessandro Delli Noci come a voler simboleggiare un'unità generazionale fuori dai vecchi schemi di partito di quella "gioventù che sta negando il consenso alla mafia".


Andare Oltre prosegue il proprio percorso rivolto alla società neretina, inclusa in qualsivoglia iniziativa dell’associazione politico-culturale che tanto fatto e altrettanto farà per migliorare la propria Città.
Un esempio da esportare in molti altri Paesi del Salento.