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mercoledì 9 ottobre 2019

sul taglio dei parlamentari e sulla retorica del nulla


+Europa e Vittorio Sgarbi. Gli unici a sbattere in faccia la realtà in un momento di retorica del nulla che si è impossessato anche del palazzo. Prima gli elettori si sono fatti convincere che la classe politica (peraltro votata da quello stesso elettorato) fosse l’origine di tutti i loro mali. Poi la classe politica stessa si è "autofustigata" per il solo fatto di esistere screditando ancor di più (se possibile) se stessa. Ora addirittura arriva a tagliare se stessa (cosa di cui ci interessa fin troppo poco) e con se stessa importanti spazi di democrazia (e questo di interessa decisamente di più). Perché ridurre gli eletti non serve a nulla se non a rendere più difficile la competizione per la conquista del seggio e, di conseguenza, aumentare il potere di nomina dei vertici dei partiti (sarebbe meglio chiamarli “compilatori di liste”) e aumentare i soldi necessari per garantirsi un seggio. Spesso deciso a tavolino nel momento stesso in cui si compilano le liste.
Meno spazi di democrazia, quindi.
Più necessità di soldi.
Più potere dei vertici di scegliere i graditi.
Meno possibilità di introdurre nelle istituzioni istanze territoriali sgradite al sistema.
Non c’è che dire: proprio una grande conquista di democrazia. E portata a compimento proprio da coloro che inneggiano un giorno sì e l’altro pure alla democrazia diretta. Sì, diretta dall’esterno. Altro che centralismo democratico del fu partito comunista italiano.
Che poi quello che è successo è solo l’ultima tappa del “taglio dei politici” che è in corso da anni ormai: taglio dei consiglieri comunali, provinciali e regionali. Il tutto senza nessun beneficio economico (se non per alcuni spiccioli). Facciamo l’esempio della nostra città, giusto per capire le proporzioni: a Galatina si è passati da 20 a 16 consiglieri che mediamente costano (prendo la mia esperienza) tra i 150 e i 300 euro lordi all’anno: un risparmio massimo quindi di 1200. A ciò va aggiunto il risparmio dovuto ad un assessore in meno (il numero degli assessori è proporzionale a quello dei consiglieri) che comporta un risparmio lordo di circa 14.400 euro annui. Quindi 15.600 euro che, rapportati alla popolazione di Galatina, sono circa 50 centesimi a cittadino. Ecco, di questo stiamo parlando. Di fumo. Di propaganda. Di armi di distrazione di massa.
Vittorio Sgarbi a Galatina
lo scorso Agosto per il Salento
Book Festival
E in tutto questo, nell'aula di Montecitorio, solo +Europa e solo Vittorio Sgarbi trovano il coraggio di prendere posizione contro questa emerita “cagata pazzesca”. Un voto di testimonianza, certo. Ininfluente, senza dubbio. Ma un voto che, fuori dal politicamente corretto, traccia un solco quasi invalicabile tra chi pur di conquistare voti è disposto a proporre e votare qualunque cosa listi il pelo agli istinti populistici e chi invece, dicendo le cose come stanno, rischia di vedere prosciugarsi il suo pur esiguo bacino elettorale. Poi, certo, ci sono le voci dei costituzionalisti, dei professori di diritto, degli studiosi, degli intellettuali. Ma a chi interessa il parere di quelli che dispregiativamente sono chiamati professoroni dagli opinion leader dominanti al momento.
In questo il parlamento italiano si è grillizzato. Chi pensava di normalizzare il movimento rendendolo sistema e in parte ha esultato alla vista dei recenti giochetti per il nuovo governo all’insegna del cambiare tutto perché nulla cambi… si è sbagliato. Perché una cosa sono i metodi parlamentari, “sempre uguali sempre quelli dall’equatore al polo nord” e un’altra sono i contenuti politici che si portano avanti attraverso quei metodi. Ecco, sui contenuti, è quella cultura populista-qualunquista di cui anche i grillini e (in parte anche l’ultima versione della lega) sono figli, che detta la linea e tutti gli altri ad inseguire, rimangiandosi le cose dette e fatte fin qui.
Pierantonio De Matteis

venerdì 16 agosto 2019

Fenomenologia di una leadership-followship populista


Riceviamo dall'amico Vittorio Aldo Cioffi e volentieri pubblichiamo questa sua riflessione sulla situazione politica nazionale relativa alla fine del Governo Conte attraverso una lettura della fenomenologia di Salvini. Il riferimento alla definizione di Salvini "Truce" è presa in prestito dal giornale diretto da Claudio Cerasa "Il Foglio" che tra il serio e l'ironico gioca con la parola truce per definire alcuni comportamenti del Ministro dell'Interno e, soprattutto, per prenderne le distanza. E' di poco fa anche la sottoscrizione de Il Foglio per una destra de-salvinizzata che sta raccogliendo una serie di consensi nell'area del liberalismo italiano. Specifichiamo ciò, non per prendere parte a tali iniziative ma per meglio definire la posizione del giornale a cui si fa riferimento in questo post. Buona lettura.

La fenomenologia di Salvini detto il Truce è oggi al centro della politica italiana. La crisi di questi giorni segna la fine del governo populista, quello del non cambiamento e della crescita zero. Il Truce fa e disfa i governi a seconda delle sue convenienze politiche. E ora la sua spregiudicatezza si sta scontrando con le dinamiche della democrazia parlamentare. Per carità, tutti i politici prima di lui hanno fatto così ma in questo specifico caso il Truce dice di farlo su richiesta del popolo. Lui si muove perché è il popolo a volerlo. Infatti ora il popolo del Papeete Beach chiede a gran voce le elezioni, peccato che il popolo chiedeva le elezioni anche un anno fa quando il Truce decise di spaccare il centrodestra per allearsi con i nuovi statisti grillini con il solo scopo di crescere elettoralmente e mettere in mostra il suo profilo di leader populista che ama mostrarsi raggiungibile dal suo elettorato. Che ama dimostrarsi autentico e uguale al popolo, perché parte del popolo.
Se Berlusconi a metà anni novanta aveva inaugurato una leadership popolar-populista “buona” che rappresentava un modello in cui l’elettorato voleva riconoscersi, con Salvini è il leader (o forse più correttamente follower) a voler dimostrare di essere come l’elettore e ad annullare le differenze tra politico e cittadino. Come ha affermato il Direttore de Il Foglio qualche giorno fa durante la trasmissione In Onda su La7, si può distinguere tra leadership (colui che guida il popolo, che conduce direi) e followship (colui che segue, che percepisce gli umori della piazza e ne asseconda gli istinti, anche quelli più beceri). La seconda accezione è chiaramente attribuibile a Salvini (che proprio Cerasa chiama “Truce” ogni giorno sulle pagine de Il Foglio e noi siamo affezionati a tale nomignolo).
Claudio Cesara - direttore de "Il Foglio"
Ed è proprio da qui che si spiega la capacità di Salvini di interpretare le paure dei cittadini, ad esempio in merito al pericolo dell’immigrazione non controllata. Il Truce, come ogni buon populista, è bravo a riconoscere i problemi e a fomentarli ma non a risolverli. Per l’appunto il Truce Ministro degli Interni ha fatto chiasso sulla chiusura dei porti e sulle ONG ma non ha assolutamente risolto il problema immigrazione. Non ha concluso nessun accordo internazionale con gli stati africani per limitarla. Non si è mai presentato ad una riunione sul tema con i suoi pari presso l’Unione Europea. Ha solo gridato. Aizzato gli animi. Fomentato. E non ha risolto un bel niente. Mentre bloccava navi come la famosa Diciotti, in silenzio dall’altra parte della costa italica sbarcavano altre navi cariche di clandestini. Ma l’opinione pubblica pensava solo alla Diciotti. Insomma, il populista alla Salvini pensa solo alla propaganda e poco ai fatti reali.
Oggi però fa breccia nell’elettorato italiano. Ed è anche giusto così, vista l’assenza di una destra moderna e di un’opposizione strutturata e convincente. Ma presto si sgonfierà e forse solo dopo ritornerà la politica vera con la P maiuscola, quella che trova soluzioni ai problemi. Noi ce lo auguriamo.
Vittorio Aldo Cioffi

venerdì 13 aprile 2018

sul testamento biologico /2

Continua il dibattito sul testamento bioligico sul nostro blog. Ad intervenire è Gabriele Giaccari, militante "fuorisede" di Andare Oltre Galatina.

“Quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano, venga e ci prenda per mano...”.

Ho deciso di menzionare questi versi di Guccini perché, probabilmente, rappresentano al meglio la difficoltà che ho incontrato nel dover affrontare un argomento così sofferto come il c.d. testamento biologico.
Dall’analisi del dato normativo, emerge che i principi giuridici posti alla base della legge 219/2017 sono i seguenti:
(1) ad ogni persona capace di agire deve essere riconosciuto il diritto di rifiutare, o revocare in qualunque momento in caso di iniziale consenso, “qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso”;
(2) ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, “in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi e dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle sue scelte, può, attraverso le DAT, esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari”.
A volersi soffermare esclusivamente su una analisi meramente giuridico - “politica”, ritengo opportuno che in Italia, stato laico e di diritto, ognuno di noi possa avere la possibilità di decidere, in salute o in costanza di malattia, se provare fino all’ultimo a difendere la propria vita oppure se, dignitosamente, evitare inutili sofferenze.
Non era più tollerabile che un paese civile come l’Italia, desiderosa di affrontare le sfide del futuro da protagonista, offrisse ai propri cittadini che volevano porre fine alle proprie sofferenze causate da una vita segnata da malattie incurabili o fortemente invalidanti, quale sola ed unica scelta quella di emigrare verso altri Paesi al fine di ricorrere a qualche dispensatore di “buona morte”.
Fortunatamente, il nostro legislatore ha capito che riconoscere un diritto significa aprire nuove possibilità, significa compiere un piccolo passo verso il progresso, consentendo una libertà di scelta che prima era vietata.
Ad ogni modo, seppur condividendo i principi ispiratori di questa legge, non nascondo che ho grande difficoltà ad affrontare l’argomento.
L’intreccio di valori etici, religiosi, culturali è così inestricabile che non mi sento all’altezza di andare oltre ad una mera analisi giuridica.
Invidio coloro che sono convinti che “i tubi vadano staccati” come invidio chi difende il bene vita fino all’ultimo naturale anelito.
Non sono in grado di poter esprimere un giudizio in merito di scelte così delicate perché immagino quanto possa essere dolorosa e consumante la scelta tra il voler smettere di soffrire o il voler provare fino all’ultimo a combattere per la vita, tra il continuare una esistenza provata da atroci sofferenze fisiche e morali oppure il porre fine a tutto, cercando così un seppur minimo sollievo.
Deve essere un dissidio angosciante perché, anche se è vero che vivere in uno stato vegetativo o in una continua escalation di sofferenze rappresenta l’incubo di tutti, non deve essere comunque facile decidere di morire.
Infatti, per quanto si possa credere ad una esistenza dopo la morte, l’unica cosa certa è che questa è l’unica chance effettiva di vita che ci viene garantita, bella o brutta che sia.
Ed una volta finita, non c’è modo di ricominciare.
Per questo, da cittadino sono contento che sia stato riconosciuto a tutti noi il diritto a scegliere, ove possibile, della nostra vita e/o della nostra morte. Ma da ragazzo ancora non credo di avere ancora la forza di poter decidere in merito.
In fondo quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano, venga e ci prenda per mano...

martedì 10 aprile 2018

sul testamento biologico

Il 22 dicembre scorso il Senato ha approvato la lettura definitiva della legge n 219/17 con la quale il legislatore ha affrontato il tema del Testamento Biologico al centro delle polemiche e del dibattito politico da anni. In questi mesi, alcuni comuni si sono attrezzati per predisporre un Registro delle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento al fine di raccogliere le dichiarazioni dei propri cittadini che intendessero redigerle nel rispetto della normativa vigente. Andare Oltre ritiene la legge in questione uno dei passaggi più significativi della legislazione appena conclusa e ritiene di dover dare il suo contributo anche nella sua Città, aprendo il dibattito sulla materia, così come oggi fa da questo blog l’Assessore alla Cultura di Galatina, Cristina Dettù, e successivamente predisponendo, ove ci fossero le condizioni, delle iniziative adeguate alle conclusioni del dibattito stesso.

Ricordo i suoi occhi implorare aiuto e sento ancora gli atroci lamenti rimbombare nella testa. Lo guardavo e mi chiedevo cosa avrebbe scelto se avesse saputo di dover vivere otto anni della sua vita in quelle condizioni. Eppure la speranza e il rispetto del dono della vita frenavano qualsiasi tipo di pensiero, perché so che Dio esiste anche nella sofferenza.
Il filo già sottile che lega razionalità e fede rischia di spezzarsi davanti all'impotenza della vita e della morte, nel rispetto di scelte che non sai mai se siano quelle giuste. Consentire ad ogni persona “il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo […] riguardo alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi” (art. 1, comma III, l. 219/2017) è, di certo, un atto di libertà, di tutela del diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all'autodeterminazione della persona.
La legge sul testamento biologico affonda le proprie radici sulla relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico. La stessa fiducia che è fede tra credente e Dio. Lo stesso legame ma con finalità diverse: ecco che il filo già sottile rischia effettivamente di spezzarsi. Assumere il consenso informato da parte del medico esula dalla spes ultima dea e da un amore incondizionato per la vita, soprattutto nella sua spiritualità.
Non è una scelta semplice. Perché accanto ad una sofferenza fisica convive lo stupore di due occhi aprirsi al suono di una voce amata. Come si fa a lasciarsi andare, a lasciarli andare? Eppure uno Stato di diritto, laico, deve farlo: lo Stato, indipendente e senza condizionamenti, non può impedire a chi ha deciso di prendere in mano una parte estrema di quel filo già sottile di scegliere, e scegliere di redigere il proprio testamento sulla vita. Perché libertà è, innanzitutto, libero arbitrio, cui fa da sfondo la propria etica e morale, di competenza personale non statale.
Cristina Dettù

venerdì 13 ottobre 2017

sulla democrazia partitica e sulla legge elettorale

Dopo l'intervento di Cristina Dettù su questo blog in merito al processo di formazione della nuova legge elettorale (leggi qui), ospitiamo un importante e gradito intervento dell'amico, prima che analista politico e docente universitario, Nunziante Mastrolia, già ospite di Andare Oltre a Galatina nel corso di un interessante convegno sul referendum costituzionale. Al centro delle sue riflessioni, una questione che da sempre a noi cara: e se il problema vero non fosse il sistema elettorale ma il sistema partitico?

Visto che non sono la Corte costituzionale, non mi pare il caso di mettermi a disquisire di costituzionalità o meno della legge elettorale.
Però qualche considerazione generale vorrei farla sugli “alti lai” sul “golpe istituzionale” e il “parlamento di nominati” che si sentono in queste ore. Parole che a me, francamente, paiono pesanti e poco meditate.
“Le parole sono pietre”, scriveva Carlo Levi. A volte bisognerebbe ricordarsene.
Partiamo dal principio. In assemblea costituente si decise di non fissare in costituzione un preciso sistema elettorale, ma di lasciarne la determinazione al Parlamento, senza, per giunta, prevedere particolari maggioranze. Il che significa che, carta costituzionale alla mano, la legge elettorale è un atto della maggioranza di governo, che ha la possibilità (la Carta non lo vieta) anche di imporre il voto di fiducia.
Non è bello? Sono d’accordo! Le regole del gioco andrebbero fissate all’unanimità? Giusta aspirazione! Il Consiglio d'Europa vieta di cambiare una legge quando manca meno di un anno dalle elezioni? Sacrosanto.
Ma riconosciuto ciò, si deve anche dire che siamo nella perfetta legalità costituzionale e parlare di “golpe istituzionale” è, quanto meno, fuori luogo.
Quanto alla questione del voto di preferenza, attenzione perchè la maggior parte delle grandi democrazie, con un sistema di voto proporzionale, non hanno il voto di preferenza su lista aperta .
Per quanto ne so, ma posso sbagliarmi, il voto di preferenza su lista non bloccata è presente solo (tra i maggiori) in Grecia, Finlandia, Bulgaria.
In tutti gli altri casi è il partito che decide chi e in che ordine deve essere nel listino. E’ un problema? Ma proprio per niente, visto che i partiti non sono delle società segrete ma delle associazioni democratiche.
E’ un passaggio così importante che noi lo abbiamo scritto in Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Se i cittadini non partecipano, se non ci sono partiti degni di questo nome e se la vita interna dei partiti non si svolge con metodo democratico è possibile pensare che la democrazia in un paese possa prosperare? Non si deve chiedere alle leggi elettorali più di quello che possono fare: se non ricostruiamo i partiti come veicolo di partecipazione dei cittadini alla determinazione della politica nazionale, gli ingegneri elettorali potranno risolvere poco. Questo significa che l’inghippo non è nella legge elettorale, ma in quello che le sta a monte.
In altri paesi non si grida allo scandalo davanti ai listini bloccati, perchè la loro composizione è stata determinata con metodo democratico dai cittadini che liberamente hanno concorso a determinare la politica nazionale attraverso partiti con regole democratiche.
Se tutto ciò non accade, il problema non si risolve con le preferenze, sia perchè generano una lievitazione mostruosa delle spese elettorali, consentendo, nella migliore delle ipotesi, a chi ha più soldi o più ampie clientele di essere eletto, sia perchè la scelta avviene comunque all’interno di un numero ridotto di nomi, scelti senza alcun metodo democratico.
Pertanto mi pare, anche in questo caso, poco corretto parlare di un “parlamento di nominati” come se fosse uno strappo alle regole della comune democrazia europea.
Le reazioni dunque di queste ore mi paiono scomposte. C’è già chi già si immagina sulle barricate a offrire, impavido, il petto alle pallottole degli austriaci o dei gringo americani (uno vale l’altro) mentre a squarciagola grida al cielo "Oggi e siempre rivoluzione!".
Sento la solita insopportabile aria di massimalismo tragicomico. Anzi no, melodrammatico. (Ma tu vuoi vedere che la sorgente di questo antico vizio nazionale sta proprio nel fatto che siamo la patria del melodramma?).
Intanto Di Battista sogna Che Guevara, ha comprato in cartoleria il diario nuovo ed ha fatto la revisione allo scooter. Meglio non dare il destro alle guardie infami, al soldo dell’imperialismo plutocratico massonico, e consentire loro di farti la contravvenzione di euri 12.

11 ottobre 2017

Nunziante Mastrolia
analista politico
www.licosia.com 

martedì 13 dicembre 2016

Who’s next?

Riceviamo e pubblichiamo, con un'avvertenza: quando si dice "questo blog" non ci si riferisci al blog di Andare Oltre Gaatina che, come si sa, ha organizzato un incontro sulle ragioni del no e la presentazione del volume "no allo sfregio della costituzione" curato dal professor Nunziante Mastrolia, ma al blog edoardomauro.wordpress.com sul quale questo pezzo è stato pubblicato e il cui link è in fondo al pezzo.


Come avrete notato, questo blog si è astenuto dal prendere posizione riguardo al quesito referendario dello scorso 4 dicembre. Troppe polemiche e sproloqui sui social, in tv e sui giornali nessuna riflessione seria e ragionata sulle motivazioni del Si e del No ma solo grandi rodei in stile texano con tanto di toreri in piena competizione di machismo all’italiana e tori che attaccano a testa bassa l’avversario senza alcuna reverenza (almeno di facciata) che tanto sarebbe piaciuta ai nostri democratici-cristiani da Prima Repubblica. Ma si sa, nell’epoca dello show-business, ogni momento è buono per regalarci popcorn e bibite gasate sul divano, la sera dopo il lavoro. E sinceramente, visto lo stile di chi scrive (un po’ retrò e "alla antica") parlare di questa faccenda costituzionale con determinati toni, quando, come avrebbe detto il buon vecchio Giulio Andreotti, “la situazione era un po’ più complessa”, non mi andava a genio.
Ora però, viste come sono andate le cose nell’ultima settimana (per i poco informati, dimissioni di Renzi, domenica l’ex ministro degli esteri Gentiloni incaricato di creare la nuova squadra di governo e qualche ora fa presentazioni dei nomi del nuovo esecutivo di Palazzo Chigi) è necessaria una piccola riflessione.
La squadra di governo è pressoché la stessa, solo qualche cambiamento all’ Istruzione (Fedeli al posto della Giannini) all’ Interno con Minniti al posto di Angelino Alfano che va agli Esteri, la Boschi lascia il suo posto al Ministero per i Rapporti con il Parlamento e si trasferisce a palazzo Chigi come sottosegretario alla presidenza del Consiglio (vabbè parliamone) e quindi Luca Lotti, dal posto occupato ora dalla Boschi, passa allo Sport.
Scelte abbastanza prevedibili e forse giuste da parte del nuovo Premier, inutile rischiare molti nuovi nomi in un esecutivo nato per scortare gli elettori al voto nel 2018 con una nuova legge elettorale, poiché andare a votare a marzo con l’Italicum rattoppato (e qui le responsabilità di Renzi sono tante) era improponibile. E cercare una nuova maggioranza tra opposizioni che non aspettavano altro che questo momento, altrettanto impensabile. Il classico governo di scopo quindi, unica mossa pulita e responsabile che Mattarella potesse fare adesso.
La domanda ora è: cosa ci aspetta dopo?
Ho assistito con attenzione alle dichiarazioni di Renzi durante la direzione del Pd di ieri, e l’ex premier non ricalca assolutamente il profilo di un uomo rassegnato alla vita bucolica di Pontassieve. Renzi appare sciolto, riposato dopo settimane di frenetica campagna elettorale. Veste con maglioncino e camicia, il tipico stile casual con il quale ci aveva abituato quando era un “rottamatore”. Sorride e sembra tranquillo.
E nel discorso che introduce all’Assemblea di domenica 18, questa sua pace interiore è riflessa anche nei progetti: sa di dover parlare con la minoranza dem, sa che molti all’ interno del Largo del Nazareno aspettano la sua testa e i suoi mea culpa, ma è assolutamente convinto che il Pd senza di lui non può fare molto (il 40% del Si è tutta farina del suo sacco). E queste convinzioni, volenti o nolenti dalemiani e bersaniani, si conformano con la realtà. I piani sono semplici: dibattito interno, congresso, rielezione e si va a sfidare il candidato d’ opposizione nel 2018 per essere definitivamente libero dal fardello del mancato voto popolare. Può funzionare questo nuovo cursus ? Potrebbe. Anche perché le opposizioni “di sinistra” all’ interno del Pd non sono così forti da potersi permettere il lusso di scialacquare il voto moderato che ha reso oggi il Pd finalmente vincente.
Ma chi andrebbe a sfidare Renzi? Chi è l’opposizione dopo il referendum?
Nella celebre “accozzaglia” c’è il Movimento 5 Stelle, e i pentastellati sono anche in pole. Uniti ed arroccati ancora di più sugli storici mantra, sfidano Renzi ed il Pd al duello subito, non appena la Corte Costituzionale si sia espressa riguardo le modifiche all’ Italicum. Ma il problema che dalla notte dei tempi affligge i grillini è la scelta della leadership: non esiste all’ interno del movimento un uomo o donna capace di affrontare in questo momento Renzi. Di Battista? Di Maio? Fico? Esperimenti acerbi per poter confrontarsi con il Partito Democratico, forte in questo momento anche del sostegno dei governi europei. E poi la democrazia del web rischia di creare ancora di più inquietudine e sospetti in un Paese che vede complotti persino nei post pubblicati da Piero Pelù sulle matite utilizzate nelle cabine elettorali.
Venendo in casa nostra, nelle terre di quelli a cui piace definirsi di Destra, la situazione è ancora più drammatica. È vero, Berlusconi scendendo in campo in prima persona a favore del No, ha certamente spostato gli equilibri del voto, e parla di centrodestra unito e competitivo. Ma Crono ha sempre fame e sappiamo che il suo pasto preferito è figli a colazione, pranzo e cena. Il Cavaliere ostacolerà ancora una volta una rinascita di quest’area del Paese che, dati alla mano, si sta spostando sempre più verso il Pd ed il suo progetto in chiave moderata. Testimone di questa lettura è il fatto che a Milano, culla di Berlusconi, ha prevalso il Si.
Assistere per l’ennesima volta a Berlusconi che fagocita il centrodestra sprezzante delle sue responsabilità politiche e senza che nessuno riesca ad intervenire perché non credibile (vedi i Salvini e Meloni e i numerosi figli illegittimi tra cui ultimo l’ex candidato sindaco di Milano Parisi), non può che portare all’ abbandonarsi all’ennesima occasione sprecata. Nella crisi del bipolarismo causa le imperanti forze populiste, c’è bisogno di una Destra che sappia ascoltare e che non sia sorda. C’è bisogno che si renda conto di quella che Buttafuoco chiama “Via della Seta”: siamo tra i padri più illustri della cultura occidentale, ci ritorviamo ad essere oggeto di studio in quanto protettori di sapere certificato e di origine controllata. La nostra è “un’entità universale cui guarda il mondo intero”. Siamo cresciuti e siamo diventati quello che siamo soprattutto grazie a queste certezze, sarebbe controproducente allora, continuare a lasciare inascoltata quel lato del Paese che continua ad essere la nostra storica locomotiva, quella a trazione liberale. C’è bisogno di una Destra che non sia popolana e impopolare (come, peraltro, la vorrebbe la sinistra), ma finalmente coscienziosa delle sue origini e pronta a nuove chiavi di lettura che questo mondo in evoluzione continua a offrirci. C’è un Paese che soffre, e non vedo perché una buona cultura di destra non possa contribuire consapevolmente alla sua rinascita, smettendo di credere a falsi miti, facili e scontati, demagogici e razzisti. Svegliamoci se ancora ne sentiamo la necessità. Oppure accontentiamoci di essere i comprimari in un gioco che vede Renzi sempre vincitore per abbandono degli avversari, anche per colpa di coloro che preferiscono essere divorati da Berlusconi piuttosto che dall’ex sindaco di Firenze.
Ecco, potrebbe essere questo il sogno di una nebbiosa notte milanese, l’ennesima. Come ennesimo sarebbe il sogno.

Edoardo Mauro
pezzo già pubblicato sul blog