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venerdì 13 aprile 2018

sul testamento biologico /2

Continua il dibattito sul testamento bioligico sul nostro blog. Ad intervenire è Gabriele Giaccari, militante "fuorisede" di Andare Oltre Galatina.

“Quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano, venga e ci prenda per mano...”.

Ho deciso di menzionare questi versi di Guccini perché, probabilmente, rappresentano al meglio la difficoltà che ho incontrato nel dover affrontare un argomento così sofferto come il c.d. testamento biologico.
Dall’analisi del dato normativo, emerge che i principi giuridici posti alla base della legge 219/2017 sono i seguenti:
(1) ad ogni persona capace di agire deve essere riconosciuto il diritto di rifiutare, o revocare in qualunque momento in caso di iniziale consenso, “qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso”;
(2) ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, “in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi e dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle sue scelte, può, attraverso le DAT, esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari”.
A volersi soffermare esclusivamente su una analisi meramente giuridico - “politica”, ritengo opportuno che in Italia, stato laico e di diritto, ognuno di noi possa avere la possibilità di decidere, in salute o in costanza di malattia, se provare fino all’ultimo a difendere la propria vita oppure se, dignitosamente, evitare inutili sofferenze.
Non era più tollerabile che un paese civile come l’Italia, desiderosa di affrontare le sfide del futuro da protagonista, offrisse ai propri cittadini che volevano porre fine alle proprie sofferenze causate da una vita segnata da malattie incurabili o fortemente invalidanti, quale sola ed unica scelta quella di emigrare verso altri Paesi al fine di ricorrere a qualche dispensatore di “buona morte”.
Fortunatamente, il nostro legislatore ha capito che riconoscere un diritto significa aprire nuove possibilità, significa compiere un piccolo passo verso il progresso, consentendo una libertà di scelta che prima era vietata.
Ad ogni modo, seppur condividendo i principi ispiratori di questa legge, non nascondo che ho grande difficoltà ad affrontare l’argomento.
L’intreccio di valori etici, religiosi, culturali è così inestricabile che non mi sento all’altezza di andare oltre ad una mera analisi giuridica.
Invidio coloro che sono convinti che “i tubi vadano staccati” come invidio chi difende il bene vita fino all’ultimo naturale anelito.
Non sono in grado di poter esprimere un giudizio in merito di scelte così delicate perché immagino quanto possa essere dolorosa e consumante la scelta tra il voler smettere di soffrire o il voler provare fino all’ultimo a combattere per la vita, tra il continuare una esistenza provata da atroci sofferenze fisiche e morali oppure il porre fine a tutto, cercando così un seppur minimo sollievo.
Deve essere un dissidio angosciante perché, anche se è vero che vivere in uno stato vegetativo o in una continua escalation di sofferenze rappresenta l’incubo di tutti, non deve essere comunque facile decidere di morire.
Infatti, per quanto si possa credere ad una esistenza dopo la morte, l’unica cosa certa è che questa è l’unica chance effettiva di vita che ci viene garantita, bella o brutta che sia.
Ed una volta finita, non c’è modo di ricominciare.
Per questo, da cittadino sono contento che sia stato riconosciuto a tutti noi il diritto a scegliere, ove possibile, della nostra vita e/o della nostra morte. Ma da ragazzo ancora non credo di avere ancora la forza di poter decidere in merito.
In fondo quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano, venga e ci prenda per mano...

martedì 10 aprile 2018

sul testamento biologico

Il 22 dicembre scorso il Senato ha approvato la lettura definitiva della legge n 219/17 con la quale il legislatore ha affrontato il tema del Testamento Biologico al centro delle polemiche e del dibattito politico da anni. In questi mesi, alcuni comuni si sono attrezzati per predisporre un Registro delle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento al fine di raccogliere le dichiarazioni dei propri cittadini che intendessero redigerle nel rispetto della normativa vigente. Andare Oltre ritiene la legge in questione uno dei passaggi più significativi della legislazione appena conclusa e ritiene di dover dare il suo contributo anche nella sua Città, aprendo il dibattito sulla materia, così come oggi fa da questo blog l’Assessore alla Cultura di Galatina, Cristina Dettù, e successivamente predisponendo, ove ci fossero le condizioni, delle iniziative adeguate alle conclusioni del dibattito stesso.

Ricordo i suoi occhi implorare aiuto e sento ancora gli atroci lamenti rimbombare nella testa. Lo guardavo e mi chiedevo cosa avrebbe scelto se avesse saputo di dover vivere otto anni della sua vita in quelle condizioni. Eppure la speranza e il rispetto del dono della vita frenavano qualsiasi tipo di pensiero, perché so che Dio esiste anche nella sofferenza.
Il filo già sottile che lega razionalità e fede rischia di spezzarsi davanti all'impotenza della vita e della morte, nel rispetto di scelte che non sai mai se siano quelle giuste. Consentire ad ogni persona “il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo […] riguardo alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi” (art. 1, comma III, l. 219/2017) è, di certo, un atto di libertà, di tutela del diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all'autodeterminazione della persona.
La legge sul testamento biologico affonda le proprie radici sulla relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico. La stessa fiducia che è fede tra credente e Dio. Lo stesso legame ma con finalità diverse: ecco che il filo già sottile rischia effettivamente di spezzarsi. Assumere il consenso informato da parte del medico esula dalla spes ultima dea e da un amore incondizionato per la vita, soprattutto nella sua spiritualità.
Non è una scelta semplice. Perché accanto ad una sofferenza fisica convive lo stupore di due occhi aprirsi al suono di una voce amata. Come si fa a lasciarsi andare, a lasciarli andare? Eppure uno Stato di diritto, laico, deve farlo: lo Stato, indipendente e senza condizionamenti, non può impedire a chi ha deciso di prendere in mano una parte estrema di quel filo già sottile di scegliere, e scegliere di redigere il proprio testamento sulla vita. Perché libertà è, innanzitutto, libero arbitrio, cui fa da sfondo la propria etica e morale, di competenza personale non statale.
Cristina Dettù

mercoledì 19 luglio 2017

Paolo Vive

Io sono nato nel 1996. Micheal Johnson frantuma alle Olimpiadi di Atlanta il record dei 200 in 19’32’’, i Pink Floyd entrano nella Hall of Fame, Romano Prodi vince le elezioni politiche in Italia e Bill Clinton viene rieletto presidente degli Stati Uniti.
Ritrovarmi ora a scrivere di Paolo Borsellino nell’anniversario della sua scomparsa, potrebbe quindi risultare non facile. Il raccontare, il ricordare, necessita inevitabilmente della presenza: il rischio che si corre è quello di tralasciare sensazioni ed emozioni da accompagnare alle parole che scaturiscono dal vissuto. Ed io nell’ estate del 1992 (come si dice dalle mie parti) “non esistevo nemmeno nella mente di Dio”.
Il fatto dell’essere nato dopo però mi affida un compito. Quello stramaledetto 19 luglio 1992 mi ha lasciato il dovere di capire in un’analisi ragionata cosa successe realmente in seguito a Via D’Amelio. E ciò che scaturirà dalle mie riflessioni dovrò tramandarlo, diventando un ponte generazionale tra chi c’era e chi ci sarà.
Chi è nato come me nel 1996 ha il compito di non ricordare soltanto che tra i calcinacci dei palazzi saltati in aria e le lamiere dell’auto stritolate dal tritolo trovò morte ingiusta un uomo perbene. Noi abbiamo il compito di ricordare che lì con l’esplosione delle bombe, irruppe con violenza qualcosa. A partire da quel giorno a Palermo, sarebbero nate le generazioni che avrebbero imparato a combattere la convivenza mafiosa ed il compromesso intriso di malaffare e immoralità. Sarebbero nati coloro che finalmente avrebbero reso questa terra bellissima, parte integrante e attiva di uno Stato che non dimentica più chi muore per lui.
Raccontare però che dopo il 1992 le cose siano andate effettivamente così sarebbe falso, la nostra Italia ha ancora molta strada da fare per raggiungere dei livelli di etica e morale da paese civile. Questo però non ci dà il diritto di arrenderci, perché se c’è qualcosa che il giudice Borsellino di certo non vorrebbe, è vedere i propri figli gettare la spugna, perdendo ogni speranza di libertà e cambiamento finalmente libero.
Paolo Borsellino deve essere oggi un esempio (l’Esempio) dell’uomo di Stato impeccabile e leale verso i suoi doveri. Paolo Borsellino dovrà essere un traguardo al quale ambire, una rivoluzione morale da dover far rinascere all’interno di ognuno di noi. Paolo Borsellino è il monito da seguire nei momenti di sconforto, quando il peso delle responsabilità e la gravosità del cammino sembrano insormontabili. Paolo Borsellino oggi deve vivere tra coloro che lottano con la quotidianità e contro le iniquità che il mondo schifosamente ci sbatte sul naso.
Guardarlo sotto le lenti dell’eccezionalità ormai passata, ricordarlo con un mantello da supereroe in un viaggio ora verso Krypton, non gli renderebbe giustizia. Paolo Borsellino non è mai andato via da Palermo da quel 19 Luglio 1992, perché dopo 25 anni siamo ancora qui a parlare di lui e della sua missione da portare a termine. E se vogliamo che Paolo rimanga ancora con noi e con lui le sue idee ed il suo esempio, non smettiamo di sognare. Non smettiamo di ricordarci che a volte la normalità può condurti all’ immortalità. Non smettiamo di ripeterci che oggi “Paolo Vive!”.
Edoardo Mauro

giovedì 8 dicembre 2016

Andare Oltre, a determinate condizioni

Proviamo a fare un gioco insieme: sapete dirmi qual è quel periodo dell’anno in cui la maggior parte di coloro che ci circondano sembra essere più buona, disponibile e pronta ad aiutarci (o finge spudoratamente di esserlo), dove i buoni propositi di molti si sprecano e gli abbracci inaspettati sono più falsi di un bacio di Giuda? Se avete pensato al Natale, vi siete sbagliati. Lo so che vi ho tratto in inganno, ma è solo un’apparenza. Se mi fossi riferito al Natale, avrei incluso anche me, senza riferirmi soltanto ad altri. La risposta esatta dell’indovinello è: la Campagna Elettorale.
Complimenti a chi ha risposto immediatamente!!! Si vede che ha un ottimo trascorso, sia dal lato attivo (poco) che dal lato passivo (molto ed in tutti i sensi) di campagne elettorali. Ahimè (o fortunatamente) da qualche mese vivo a Roma ma, in un modo o nell’altro, ho il privilegio di riuscire ad informarmi di quanto sta accadendo nella nostra amata Galatina.
So che c’è molto fermento in giro: tra accordi raggiunti, accordi sperati, accordi mancati, riunioni fiume e toto-nomi sembra di vivere in un avvincente romanzo thriller-politico. C’è chi addirittura, vestiti i panni del supereroe (con tanto di mutandone ascellare sopra la calzamaglia), ha lanciato un progetto politico per Galatina da remoto. [Forse, su questo argomento, ritornerò a parlare in un secondo momento]. Come al solito, noi galatinesi non ci facciamo mancare nulla.
Proprio a causa della mia forzata lontananza da casa, non mi sento autorizzato a entrare nel già affollato calderone della campagna elettorale ed a parlare di ciò che serve o non serve a Galatina. Finirei per fare la solita meschina figura di quelli che, pur non combattendo giorno dopo giorno con le problematiche cittadine, pensano e dicono: “concittadini, è arrivato il salvatore della patria con le idee più brillanti di sempre!”. Mi permetto soltanto di lanciare una proposta, provocatoria, che vada a regolare in un primo momento la campagna elettorale e, successivamente, il modo di operare della prossima classe politica dirigente di Galatina. Nessun fantomatico programma, quindi, ma solo una semplice modifica delle regole del gioco.
Appurato che il leitmotiv di questi ultimi anni è la parola “cambiamento” unita alle parole “contro la casta”, perché non ci impegniamo, tutti quanti, a far compiere ai futuri candidati un passo verso il cambiamento del modo di agire che ha sempre caratterizzato la realtà politica locale?
L’operazione è quanto di più semplice si possa realizzare: si predispone un “impegno etico”, contenente un semplice ed unico obbligo per i sottoscrittori, e lo si fa firmare, in un primo momento, da tutti i candidati alle prossime elezioni, sia al ruolo di sindaco che al ruolo di consigliere e, in un secondo momento, anche da coloro i quali, se non precedentemente candidati, andranno a ricoprire la carica di assessore.
Non mi sembra necessario parlare di “codice etico” perché ritengo, in cuor mio, che i vari obblighi di decoro, onestà, probità, correttezza ed impegno costante dovrebbero essere naturalmente insiti nell’animo di chi ricopre ogni carica pubblica e, in particolar modo, quella politica.
Ho, invece, preferito usare l’espressione “impegno etico” perché mi piacerebbe che i soggetti di cui sopra firmino l’obbligo (ahimè solo morale) di non cedere alla tentazione di sistemare la propria famiglia, ufficiale o ufficiosa, sfruttando il ruolo istituzionale ricoperto come impegno assunto davanti alla cittadinanza tutta a costo di giocarsi la reputazione e l’onorabilità.
È ora di andare oltre al solito teatrino dove i vari pupi, investiti di pubblico incarico, si sfidano per chi deve collocare per primo il rispettivo parentado. È arrivato il momento di distruggere questo impolverato palcoscenico e tutto ciò che lo circonda per far entrare nuova luce che guidi al cambiamento.
Sono ben conscio che un simile impegno, seppur sottoscritto da tutti, ha la stessa importanza del due di denari con briscola a bastoni. Nessuno potrà appellarsi a tale “impegno etico” per opporsi ed impedire, efficacemente, una condotta allo stesso contraria. E ciò potrebbe costituire un motivo in più per tutti i candidati a sottoscriverlo, in quanto certi di potersela cavare impunemente.
Ma resterà comunque indelebile quell’onta, grave ed incancellabile, sulla figura politica di chi dovesse disattendere l’”impegno etico” una volta sottoscritto. Specialmente se ha professato di rappresentare il cambiamento. Specialmente se dice di avere a cuore le sorti di Galatina. Specialmente se ha abusato della buona fede degli elettori.
Ora, proviamo a fare un altro gioco tutti insieme: chi è disposto a firmare questo “impegno etico” e, soprattutto, a rispettarlo?

Gabriele Giaccari