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venerdì 13 aprile 2018

sul testamento biologico /2

Continua il dibattito sul testamento bioligico sul nostro blog. Ad intervenire è Gabriele Giaccari, militante "fuorisede" di Andare Oltre Galatina.

“Quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano, venga e ci prenda per mano...”.

Ho deciso di menzionare questi versi di Guccini perché, probabilmente, rappresentano al meglio la difficoltà che ho incontrato nel dover affrontare un argomento così sofferto come il c.d. testamento biologico.
Dall’analisi del dato normativo, emerge che i principi giuridici posti alla base della legge 219/2017 sono i seguenti:
(1) ad ogni persona capace di agire deve essere riconosciuto il diritto di rifiutare, o revocare in qualunque momento in caso di iniziale consenso, “qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso”;
(2) ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, “in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi e dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle sue scelte, può, attraverso le DAT, esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari”.
A volersi soffermare esclusivamente su una analisi meramente giuridico - “politica”, ritengo opportuno che in Italia, stato laico e di diritto, ognuno di noi possa avere la possibilità di decidere, in salute o in costanza di malattia, se provare fino all’ultimo a difendere la propria vita oppure se, dignitosamente, evitare inutili sofferenze.
Non era più tollerabile che un paese civile come l’Italia, desiderosa di affrontare le sfide del futuro da protagonista, offrisse ai propri cittadini che volevano porre fine alle proprie sofferenze causate da una vita segnata da malattie incurabili o fortemente invalidanti, quale sola ed unica scelta quella di emigrare verso altri Paesi al fine di ricorrere a qualche dispensatore di “buona morte”.
Fortunatamente, il nostro legislatore ha capito che riconoscere un diritto significa aprire nuove possibilità, significa compiere un piccolo passo verso il progresso, consentendo una libertà di scelta che prima era vietata.
Ad ogni modo, seppur condividendo i principi ispiratori di questa legge, non nascondo che ho grande difficoltà ad affrontare l’argomento.
L’intreccio di valori etici, religiosi, culturali è così inestricabile che non mi sento all’altezza di andare oltre ad una mera analisi giuridica.
Invidio coloro che sono convinti che “i tubi vadano staccati” come invidio chi difende il bene vita fino all’ultimo naturale anelito.
Non sono in grado di poter esprimere un giudizio in merito di scelte così delicate perché immagino quanto possa essere dolorosa e consumante la scelta tra il voler smettere di soffrire o il voler provare fino all’ultimo a combattere per la vita, tra il continuare una esistenza provata da atroci sofferenze fisiche e morali oppure il porre fine a tutto, cercando così un seppur minimo sollievo.
Deve essere un dissidio angosciante perché, anche se è vero che vivere in uno stato vegetativo o in una continua escalation di sofferenze rappresenta l’incubo di tutti, non deve essere comunque facile decidere di morire.
Infatti, per quanto si possa credere ad una esistenza dopo la morte, l’unica cosa certa è che questa è l’unica chance effettiva di vita che ci viene garantita, bella o brutta che sia.
Ed una volta finita, non c’è modo di ricominciare.
Per questo, da cittadino sono contento che sia stato riconosciuto a tutti noi il diritto a scegliere, ove possibile, della nostra vita e/o della nostra morte. Ma da ragazzo ancora non credo di avere ancora la forza di poter decidere in merito.
In fondo quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano, venga e ci prenda per mano...

martedì 10 aprile 2018

sul testamento biologico

Il 22 dicembre scorso il Senato ha approvato la lettura definitiva della legge n 219/17 con la quale il legislatore ha affrontato il tema del Testamento Biologico al centro delle polemiche e del dibattito politico da anni. In questi mesi, alcuni comuni si sono attrezzati per predisporre un Registro delle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento al fine di raccogliere le dichiarazioni dei propri cittadini che intendessero redigerle nel rispetto della normativa vigente. Andare Oltre ritiene la legge in questione uno dei passaggi più significativi della legislazione appena conclusa e ritiene di dover dare il suo contributo anche nella sua Città, aprendo il dibattito sulla materia, così come oggi fa da questo blog l’Assessore alla Cultura di Galatina, Cristina Dettù, e successivamente predisponendo, ove ci fossero le condizioni, delle iniziative adeguate alle conclusioni del dibattito stesso.

Ricordo i suoi occhi implorare aiuto e sento ancora gli atroci lamenti rimbombare nella testa. Lo guardavo e mi chiedevo cosa avrebbe scelto se avesse saputo di dover vivere otto anni della sua vita in quelle condizioni. Eppure la speranza e il rispetto del dono della vita frenavano qualsiasi tipo di pensiero, perché so che Dio esiste anche nella sofferenza.
Il filo già sottile che lega razionalità e fede rischia di spezzarsi davanti all'impotenza della vita e della morte, nel rispetto di scelte che non sai mai se siano quelle giuste. Consentire ad ogni persona “il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo […] riguardo alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi” (art. 1, comma III, l. 219/2017) è, di certo, un atto di libertà, di tutela del diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all'autodeterminazione della persona.
La legge sul testamento biologico affonda le proprie radici sulla relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico. La stessa fiducia che è fede tra credente e Dio. Lo stesso legame ma con finalità diverse: ecco che il filo già sottile rischia effettivamente di spezzarsi. Assumere il consenso informato da parte del medico esula dalla spes ultima dea e da un amore incondizionato per la vita, soprattutto nella sua spiritualità.
Non è una scelta semplice. Perché accanto ad una sofferenza fisica convive lo stupore di due occhi aprirsi al suono di una voce amata. Come si fa a lasciarsi andare, a lasciarli andare? Eppure uno Stato di diritto, laico, deve farlo: lo Stato, indipendente e senza condizionamenti, non può impedire a chi ha deciso di prendere in mano una parte estrema di quel filo già sottile di scegliere, e scegliere di redigere il proprio testamento sulla vita. Perché libertà è, innanzitutto, libero arbitrio, cui fa da sfondo la propria etica e morale, di competenza personale non statale.
Cristina Dettù

martedì 7 marzo 2017

di vita e di morte, di rispetto e di dj fabo

dj fabo
Rispetto. Per tutti. Per chi solidalizza con la scelta di DJ Fabo. Per chi invece la critica. Per chi ritiene che sia ormai necessario introdurre in Italia una legge che regoli, in modo dettagliato e puntuale, il c.d. testamento biologico. Per chi, al contrario, ritiene la vita sacra che, in quanto tale, deve essere rispettata in ogni sua forma ed in ogni suo singolo istante.
Ma il rispetto lo si può garantire solo a parità di condizioni. Ed in questo momento alcuni sono più rispettati di altri.
Non mi permetto di entrare nel merito di scelte così delicate perché immagino quanto possa essere dolorosa e consumante la scelta tra l’eutanasia o la vita, tra il continuare una vita costellata da atroci sofferenze fisiche e morali oppure il porre fine a tutto, cercando così un seppur minimo sollievo. Deve essere un dissidio angosciante perché, anche se è vero che vivere in uno stato vegetativo rappresenta l’incubo di tutti, non deve essere comunque facile decidere di morire. Infatti, per quanto si possa credere ad una esistenza dopo la morte, l’unica cosa certa è che questa è l’unica chance effettiva di vita che ci viene garantita, bella o brutta che sia. Ed una volta finita, non c’è modo di ricominciare.
Mi piacerebbe soltanto che, nel 2017, in uno stato di diritto, moderno, evoluto e proiettato verso il futuro, si riconosca il diritto alla “buona morte” a chiunque ne voglia far ricorso. Rappresenterebbe un traguardo di civiltà che aggiungerebbe qualcosa senza togliere a nessuno. Infatti chi è per la sacralità della vita continuerà ad essere rispettato. Così come la propria decisione di tutelare, amare ed onorare la vita fino all’ultimo istante continuerà ad essere ampiamente tutelata.
Al contrario, chi ora è costretto ad emigrare per poter trovare l’eterno sollievo, chi conduce (con invidiabile coraggio) delle agguerrite battaglie di diritti dal proprio letto-gabbia non ha ancora alcun diritto di scelta circa la propria vita. Infatti, la decisione di scegliere per la “dolce morte”, altrettanto sofferta e difficile come quella di chi vuole continuare a combattere la battaglia della vita fino all’ultimo, non merita ancora rispetto né considerazione. È come se fosse considerata sbagliata, peccaminosa, irriguardosa e, quindi, non meritevole di tutela.
Eppure nel riconoscere un diritto in più non c’è niente di sbagliato. Perché si offrono più opportunità di scelta senza limitarne altre. Perché si compie un piccolo passo verso il progresso, mantenendo comunque intatte le certezze del passato. Perché consentire la libertà di scelta è il più grande dono che si possa fare ad un uomo.

Gabriele Giaccari

domenica 6 marzo 2016

Sono donna anche oggi

Sono donna anche oggi, anche se non è l'otto marzo e nessuno mi porta una mimosa.
Sono donna anche oggi, che non ho nessuna serata in discoteca con uomini nudi che dovrebbero farmi divertire ballando e invece, poveretti, mi fanno solo pena. Loro e chi ci va quel maledetto otto marzo.
Sono donna ogni giorno, quando mi alzo e ho la forza di dire ''tocca a me'', senza nessuno che mi impone qualcosa o senza obblighi legati ad ormai morte tradizioni ed usanze.
Mi piace essere donna, non sono una femminista sfegatata che difende ad ogni costo e ad oltranza il mio genere, perché le stronzate le facciamo anche noi e non siamo sante, almeno io aureole in testa non ne vedo proprio a nessuno,  ma mi piace la mattina pettinarmi i capelli, mettere il mascara e perdere quegli intramontabili venti minuti davanti ad un armadio, sempre pieno di cose che a me in quel preciso istante non piaceranno.
Mi piace essere donna, perché in quel lontano 1907 e poi 1909 e infine in quel 1910 qualcuno finalmente capì che anche io ho un pensiero, e posso renderlo libero come ogni altro maschietto del tempo stava facendo; mi piace essere donna perché mi piace esser come tutti gli altri, in fondo cosa cambia? Al posto di averle in basso due palle, le ho appiccicate sul petto.
Non voglio dire frasi e luoghi comuni come "grazie a noi avete i vostri figli, uomini" , perché a riguardo nessuno ha un merito superiore, perché se qualcuno ci ha creati entrambi siamo complementari e non subordinati.
Se qualcuno ha lottato per una parità di diritti, se esiste questa benedettissima uguaglianza voglio lottare e conquistarla ogni giorno, voglio esser donna anche quando le cose si metton male e c'è da rimboccarsi le maniche, voglio esser donna quando c'è da lavorare anche se non si tratta di gonna sexy ma di una tuta grigia e sporca di nero a fine giornata, voglio essere donna e voglio combattere tenacemente in una società "evoluta" e dinamica, in una società dal libero pensiero e dalla mentalità aperta che ancora boicotta l'espressione di ogni genere e di tutti i generi. 
"Dichiarazione universale dei diritti umani" e "Dichiarazione dei diritti umani di Vienna" , 1945 prima e 1993 poi... vi dice nulla? A me sì, e dice che se io voglio studiare, laurearmi e lavorare in un'azienda e starne a capo, posso farlo perché ho la stessa brama, grinta e forza che avrebbe il mio collega dalle palle attaccate in basso che il colloquio non lo ha superato. Mi dice anche che la mia mansione non è esclusivamente accudire i figli e sfornare lasagne e torte al cioccolato per il mio amato maritino che, povero, al rientro dal suo faticoso lavoro deve trovare qualcosa in tavola e il figlio che già dorme, pulito e profumato. No. Non sono una serva, una schiava, un'allevatrice e macchina di procreazione. Gli antichi romani si sono estinti e siamo nel ventunesimo secolo.
Io sono donna e ho diritto di vivere, io sono donna e ho diritto, io sono donna, io sono. Io. Quell' "io" promotore di soggettività, indipendenza ed esistenza. Non esiste moralmente, eticamente, metaforicamente (chi più ne ha, più ne metta) UOMO e DONNA, esiste io. E quest'ultimo devo ogni giorno, ora, minuto confermarlo senza che altri io prendano il sopravvento.
Io sono donna anche oggi, che non è l'otto marzo, ma in ogni attimo della mia esistenza pretendo reciproco rispetto e fedeltà, detengo la mia dignità e manipolo senza vincoli i fili di un burattino chiamato vita.

Silvana Bascià


giovedì 3 marzo 2016

un infedele è un infedele

Gent. mo Gabriele,
ho letto il tuo post http://andareoltre-galatina.blogspot.it/2016/03/su-quelli-che-benpensano.html: premesso che ho assoluto rispetto delle opinioni altrui anche quando non le condivido, mi sento in dovere esprimere il mio pensiero sull'argomento.
Sono assolutamente d'accordo che un ampliamento di diritti sia un fatto di per sé positivo, anche se l'Italia è un popolo di persone molto fantasiose che, molto spesso, per sbarcare il lunario, si "infilano" nel riconoscimento di diritti rivolti a determinate situazioni per trarne un personale profitto a scapito di tutto il resto dei cittadini (vedi pensioni di invalidità, riconosciute a persone svantaggiate che sono state capaci di rendere vedenti ciechi, persone in buona salute zoppe, depresse, ecc.. solo per citare un esempio, ma ne possiamo ritrovare a decine nella vita di ogni giorno).
Ma comunque sono d'accordo che ampliare i diritti sia sempre meglio che contrarli o lasciarli immutati. A prescidere.
Non mi è piaciuto il punto di vista che hai espresso sul gentil sesso che, a tuo dire, si sarebbe schierato contro l'ex-DDL Cirinnà.
Per prima cosa credo che ognuno, come ho sopra riferito, abbia diritto di esprimere la propria idea liberamente senza dover esser giudicato .
Se le donne, come affermi, "... Proprio voi che siete state, e forse lo siete ancora, considerate il fanalino di coda, ....... volete bloccare un processo di ammodernamento del nostro Paese? 
Come fate a difendere quell’ idea di famiglia tradizionale che per secoli vi ha trattato come scarti idonei soltanto a cucinare, pulire e sfornare figli? Avete paura della pratica dell’utero in affitto?" e ancora:" ...... Voi, che per anni siete state considerate degli uteri, non in affitto, ma di proprietà prima del padre padrone, .......... siete forse gelose del mutamento del titolo contrattuale..." sono state o "forse lo sono ancora" fanalini di coda della società,scarti idonei soltanto a cucinare,  pulire e sfornare figli, ecc ecc, forse e dico forse è stato a causa di qualche "grande uomo" capace di ammodernare il paese e di guardare al futuro.
Personalmente, dall'alto dei miei 50 anni ti posso dire di essere nata e cresciuta in un contesto assolutamente sereno, non sono mai stata il fanalino di coda di nessuno e nemmeno uno "scarto" o un "utero di proprietà di qualcuno", se non di me stessa.
Per quanto riguarda coloro che per scelta di vita o professionale hanno deciso di non crearsi una famiglia ti posso solo dire che, a mio parere, ciò non gli vieta di esprimere la propria opinione a riguardo. Sul tuo terzo elemento di riflessione non so che dirti, visto che, come te, io non provo alcun sentimento negativo verso gli omosessuali,li rispetto come qualunque altra persona, ho tanti amici che lo sono e non c'è nemmeno bisogno di dire che devono avere gli stessi diritti delle coppie eterosessuali, è ovvio.

E ancora voglio precisare in merito al tuo riferimento all'invettiva che Dante fa nel 6^ canto del Purgatorio, dopo aver incontrato Sordello da Goito, grande scrittore italiano del Duecento, dapprima contro l’Italia del suo tempo, dilaniata da lotte intestine, nido di corruzione e di decadenza, contraria ad ogni disciplina e ad ogni legge, poi contro Firenze, la città nativa che lo ha ripudiato costringendolo all’esilio, rappresentando  una società in cui sono banditi i supremi ideali dell’ordinato vivere civile, mi viene da chiedermi se l’Italia da allora è veramente cambiata, ma di certo io non sono tra quelli che ammirano "con tanta invidia il resto dell'Europa".

Infine, sull'astio del marito fedifrago che se la fa con il trans, mi da un'immagine talmente triste che non mi sento neanche di commentare e per me sarebbe la stessa cosa se l' "infedele" se la facesse con una "mignotta" o con chiunque altra/o e non con un trans; anzi, questa distinzione da te operata mi fa pensare all'esistenza di un pensiero discriminante: un infedele è un infedele. Sempre e comunque.

Carla Casolari

siamo solo in affitto

Dopo numerosissimi e mielosissimi articoli che intasano i giornali, le televisioni ed il web, ho avuto il piacere di leggere un’interessantissima riflessione sul tema delle Unioni Civili (e della sua epopea sociale, politica e demagogica di queste settimane) del mio amico Gabriele Giaccari, sul blog della neonata associazione galatinese “Andare Oltre” (http://andareoltre-galatina.blogspot.it/2016/03/su-quelli-che-benpensano.html).
Gabriele, ragazzo concreto e sincero, parla guardando dritta negli occhi, quella che Crozza chiamava nel suo programma “Italialand”: un paese, un teatrino, un parco delle meraviglie, dove le ipocrisie e lo squallore civico dei suoi abitanti sono cibo quotidiano. In una società imbottita di sì o no, di scelte ed opinioni prive di confronto dialettico o ragionato, assisto giornalmente ad esecuzioni pubbliche, ad una caccia alle streghe (al compagno ed al fascista, al bigotto e al frocio, al terrone ed al padano e potrei continuare ad elencare dicotomie all’infinito) che ci classifica come retrogradi e figli minchioni di una società globale nata da principi fondamentali come il dialogo, il rispetto e libertà di pensiero.
Ora, tornando al tema urlato e scimmiottato dall’ opinione pubblica e dalla politica in queste settimane, l’articolo di Gabriele ci sbatte in faccia (anche a uomini come me che si considerano sostenitori di un pensiero cattolico tradizionale) la fotografia di un’Italia che deve fare i conti con le ipocrisie e le bugie che si racconta da sola.
Parlare ancora oggi di omosessualità (e lo dico da Destro convinto), è il vero scandalo: nella patria di “Uomini e Donne”, dove l’amore è frutto di telecamere e del parere di Maria De Filippi, un amore vero, una complicità incondizionata e sincera, è merce che si pagherebbe più dei diamanti. E me ne fotto che sia etero o omosessuale.
Inoltre, alcune tra le più belle pagine d’amore della letteratura mondiale, dalle poesie di Saffo fino ad alcuni passi di romanzi come “Memorie di Adriano” della Yourcenar, ci insegnano come l’amore omosessuale è un sentimento sincero e radicato sin dall’antichità: fa parte dei comportamenti umani, un’espressione della nostra intricatissima psiche, e quindi sentimento tutt’altro che innaturale o sacrilego. Può essere condiviso o meno, ci può piacere oppure no, ma non possiamo certo biasimare o emarginare chi ama qualcuno del suo stesso sesso.
Spero, però, di non essere accusato di cameratismo o di bigottismo se racconto la mia versione sul tema dell’utero in affitto.
Il caso Vendola e del suo bambino “costruito” tra le mura di un laboratorio californiano, mi lascia altamente perplesso: siamo sicuri che varcare la soglia del confine tra Etica e Desiderio sia giusto?
L’uomo è un “affittuario” della vita, non legittimo proprietario di questo meraviglioso e misterioso spettacolo datoci in comodato d’uso dalla Natura: chi ci autorizza ad appropriarcene e ad utilizzarlo secondo il nostro egoismo, che sia amore oppure no? Non siamo in grado di scegliere tra cosa è giusto o sbagliato, ma ci riteniamo legittimati a creare una vita con le provette?
L’amore per un figlio, la volontà di crescerlo con tutto l’affetto che spero l’ex governatore della Puglia ed il suo compagno potranno dare a questa creatura, non può, secondo me, essere visto come argomentazione valida all’ interno di un tema esistenziale come quello della Vita, un luogo dove le domande sono moltissime e le risposte miseramente scarse. Ed il progresso, nonostante abbia fatto sul cammino dell’uomo enormi passi avanti, non può fornirci ancora risposte definite e sufficienti per sentirci liberi di sentenziare sulle nostre esistenze, dandoci il potere di plasmare a nostra immagine e volontà la nascita di un figlio.
Sentiamoci liberi e cerchiamo di esserlo, ma non dimentichiamo che un dono non lo potremmo mai scegliere. Altrimenti non sarebbe più un qualcosa di inaspettato e straordinario, ma un premio di consolazione per il nostro egoismo di piccoli uomini.
Edoardo Mauro

mercoledì 2 marzo 2016

su quelli che "benpensano"


Come lo descrivereste voi un Paese che scende in piazza, affolla le pagine dei social, si prodiga attivamente perché non venga riconosciuto un ampliamento di determinati diritti ai propri connazionali? Vi garantisco che quel “non” prima di “venga riconosciuto” non è un refuso di stampa. Piacerebbe pure a me pensare che sia così, ovvero che basti qualche pigiata del tasto “cancella” della tastiera per vedere l’Italia fare qualche passo in avanti. Non verso il futuro: figuriamoci se la nostra “serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincie ma bordello!” possa ambire alla ricerca di un domani. Ma almeno verso la regolarità che contraddistingue il resto dell’Europa che ammiriamo con tanta invidia. La mia formazione culturale e morale mi ha sempre fatto credere (giustamente o erroneamente, questo non lo so) che laddove ci siano più diritti nessuno ci perde. C’è solo da guadagnarci. Nel più c’è sempre il meno. E mai viceversa. Per esemplificare il discorso cito l’esempio della legge sul divorzio: se uno sta bene con sua moglie o se una moglie ama il proprio marito non è obbligato dalla legge a divorziare, bensì il legislatore garantisce la possibilità di sciogliere quel vincolo matrimoniale qualora la situazione si sia fatta intollerabile per il corretto prosieguo del convivio familiare. Contestualizzando il tutto, si è assistito a spettacoli umanamente abbastanza sconcertanti in merito al dibattito insorto in merito all’ormai ex DDL Cirinnà. Non fatemi ripetere quanto già detto da tutti i giornali riguardo a quanto questo testo normativo potrebbe introdurre, perché c’è altro su cui vorrei soffermarmi. E sono tre gli elementi che mi hanno fatto pensare e quasi rabbrividire.Il primo riguarda le donne, giovani e non più giovani, che hanno difeso a spada tratta la figura della famiglia “tradizionale”. Ma con che coraggio, voi donne, avete ostacolato e combattuto contro un disegno di legge che avrebbe potuto garantire ad alcune minoranze alcuni diritti per mezzo dei quali queste ultime avrebbero potuto sentirsi un po’ meno “minoranza”? Proprio voi che siete state, e forse lo siete ancora, considerate il fanalino di coda, il sesso debole, le ultime per eccellenza nella nostra società volete bloccare un processo di ammodernamento del nostro Paese? Come fate a difendere quell’idea di famiglia tradizionale che per secoli vi ha trattato come scarti idonei soltanto a cucinare, pulire e sfornare figli? Avete paura della pratica dell’utero in affitto? Premettendo che è una pratica (disgustosa o meno, non lo so ancora) diffusissima anche senza il  tanto vituperato DDL Cirinnà (che non la menzionava affatto), cosa trovate, proprio voi donne di così strano? Voi, che per anni siete state considerate degli uteri, non in affitto, ma di proprietà prima del padre padrone, che vi segregava in casa tarpandovi ogni possibilità di manifestare i vostri talenti per poi cedervi al marito padrone, da lui stesso scelto, che avrebbe continuato il trattamento del suocero, siete forse gelose del mutamento del titolo contrattuale? Il secondo elemento riguarda chi per scelta, di vita o professionale, ha scelto di non fare famiglia per dedicarsi ad Altro. Di grazia, voi che non conoscete il significato vero di famiglia poiché non la potete vivere in prima persona, voi che parlate in base alle interpretazioni di alcuni testi, voi che non sapete cosa significa crescere dei figli, in che modo potete arricchire il dibattito? Ultimo elemento riguarda questa repulsione manifesta nei confronti degli omosessuali. La mia indole è eterosessuale perché è così che sono nato. Non mi reputo né più sfortunato né più fortunato di chi nasce omosessuale. Ed è per questo che non banalizzo l’omosessualità. Non si può ridurre questa tematica dicendo “ma quello che fanno a letto a me non interessa”. Perché essere gay non significa solo fare sesso. Perché ci sono di mezzo anche sentimenti quali l’amore, la passione, la gelosia, il tradimento, la perversione che contraddistinguono ogni rapporto eterosessuale. Ed è proprio perché l’amore non ha differenza che non capisco questo odio e questa paura nei confronti delle coppie gay. Magari un disprezzo manifestato da chi si masturba nel silenzio della sua cameretta vedendo i filmati “lesbo” su internet. Oppure quell’astio vomitato pubblicamente da chi, dopo aver passato qualche ora focosa con un trans, di ritorno a casa, con la bocca “passiva”, bacia la propria moglie ed i propri figli. Personificando al meglio la famiglia “tradizionale”.