domenica 29 ottobre 2017

la consulta dei giovani

Il mondo giovanile è una realtà che ha visto numerose evoluzioni negli ultimi anni. 
Il modo di ragionare dei nostri ragazzi è cambiato: sono più esigenti, in quanto ricercano sempre ciò che non possono avere, ma al tempo stesso hanno perso tutti gli stimoli ad informarsi ed essere partecipi della quotidianità cittadina. Oggi, i nostri giovani si sentono isolati, non considerati e desiderosi di fuggire altrove, che sia al nord dell’Italia o all’estero, sperando di ottenere un consenso ben diverso da ciò che gli è stato riservato negli ultimi anni.
Grazie all'efficace supporto dell’Assessore alle Politiche giovanili Maria Rosaria Giaccari, intendiamo ridare ai ragazzi quel ruolo di protagonisti all'interno dell’Amministrazione Comunale. È per questo motivo che nel corso dell’ultimo Consiglio Comunale è stata approvata quella che sarà la più grande assemblea dei ragazzi: la Consulta dei giovani. 
Mi sento di dare il giusto merito a questa Maggioranza, dimostratasi aperta verso le critiche – in questo caso costruttive – provenienti dai banchi della Minoranza. Apportando alcune modifiche, lo Statuto è stato approvato all'unanimità.
Quest’episodio smonta tutte quelle dicerie secondo cui l’Amministrazione Comunale non è disposta ad ascoltare le proposte altrui.
Faranno parte della Consulta i ragazzi compresi nella fascia d’età tra i 14 ed i 30 anni: si tratta di una scelta fatta per includere non solo coloro che hanno già compiuto la maggiore età, essendo già approdati nel mondo degli adulti, ma anche per rendere partecipi gli adolescenti, ossia gli studenti che si approcciano agli istituti superiori di secondo grado e di conseguenza cominciano a costruire nella propria mente una prima idea di Città. 
Avranno il pieno diritto di partecipare gli Universitari, o quei giovani appartenenti ad associazioni culturali, ludico – sportive, giovanili, o tesserati di movimenti politici, con l’intento di favorire un dibattito quanto più trasversale possibile.
Mediante la Consulta, il fine delle politiche giovanili di questa Amministrazione è duplice: da un lato favorire il passaggio dall'adolescenza all'età adulta, rendendo i giovani sempre più autonomi; dall'altro, quest’organo è un chiaro strumento di inclusione sociale, attraverso lo sviluppo della cittadinanza attiva, coinvolgendo quella fascia giovanile caduta nella sfiducia e nell'anonimato, anche a causa di una classe politica che non ha saputo dar loro voce.
Intendiamo creare una Istituzione forte. Una Consulta in grado di valorizzare i nostri giovani, non farli più sentire dei disagiati ed emarginati all’interno dello spazio pubblico, bensì coinvolti in un processo di crescita pari a quello dell’intera Città di Galatina.
Alessio Prastano

mercoledì 18 ottobre 2017

vivere Democracy

Sono da poco tornato a casa, dopo quattro giorni vissuti in un'aula parlamentare.
Si, in questa settimana ho avuto il privilegio di essere chiamato “Onorevole”, confrontandomi con altri colleghi accorsi da tutta Italia per partecipare al progetto “Democracy”, in cui avvengono le simulazioni delle sedute all’interno della Camera dei Deputati.
Nell’aula erano presenti ragazzi accomunati da un’unica passione: la politica. Ecco che, suddividendoci in due vere e proprie coalizioni, abbiamo avuto l’opportunità di costruire una proposta di legge sul tema riguardante le “fake news”, costituendo dei dibattiti, talvolta accesi, ma spesso costruttivi, con alla base il rispetto ed il confronto reciproco.
In queste ore romane, ho avuto l’occasione di conoscere persone con le quali condividere degli ideali: Andrea, Camilla, Pietro sono ragazzi con sani principi, che hanno a cuore l’amore per l’Italia ed il rispetto delle regole. A loro, e agli altri partecipanti del progetto, ho fatto conoscere la realtà di Andare Oltre, estesasi su quella che sogniamo sia la Regione Salento, ma conosciuta già al di fuori dei confini pugliesi.
Democracy mi ha insegnato a rispettare ancor di più le idee altrui, ma allo stesso tempo mi ha permesso di affermare con maggiore convinzione i miei principi, le mie idee, una su tutte il ritorno della politica a disposizione del cittadino, attraverso l’abbattimento del complesso sistema burocratico. Proprio per questo motivo, il mio piccolo contributo ha permesso di costruire una proposta di legge snella e pratica, ben chiara agli occhi del cittadino. Sono riuscito a costruire un percorso crescente all’interno del gruppo, con l’idea di essere un esponente che sappia ascoltare tutti i membri della coalizione, facendo da collante tra le diverse idee portate sul tavolo.
Ho cercato di essere diplomatico, ma al tempo stesso preciso ed a tratti provocante. Alla fine del progetto, la commissione mi ha riconosciuto, insieme ad altri, una nota di merito. Un certificato che mi rende orgoglioso e sempre più consapevole del fatto che è fondamentale investire su stessi, partecipando a progetti come quello di Democracy, ascoltando le diverse opinioni e portando la propria, senza il necessario obiettivo di convincere, bensì di far conoscere la realtà dalla quale si proviene.
Sono tornato da poco a casa, con l’amore per la militanza cresciuto a dismisura, unito alla voglia di far del bene per la mia comunità, per coloro che hanno creduto in me, e per coloro che l’undici giugno hanno espresso qualche dubbio legittimo sulla mia candidatura.
Sempre più convinto di voler Andare Oltre con Galatina che torna a camminare.
Alessio Prastano
Il nostro Alessio immortalato durante un dibattito

lunedì 16 ottobre 2017

le identità che ci salveranno

Abitando un pianeta assolutamente rotondo che non ci impone dei “border”, cresciamo nella ricerca di un’autoaffermazione che ci ha spinti lontani da casa. Siamo liberi e fluttuanti nel Web che non conosce limiti e confini, dove tutto si riduce e si allarga, si perde e si ritrova nella minima percezione di un click. Viviamo su voli low-cost che ci teletrasportano in qualunque posto del mondo, abbiamo sincronizzato le nostre vite tra un viaggio e l’altro, abbiamo imparato ad educare i nostri i figli nella cultura del “melting-pot”, allunghiamo il nostro orizzonte con usi e costumi lontani mille miglia dal comodo divano di casa.
Ma in tutto ciò, in questo frenetico mescolio di razze, parole e respiri, si può ancora provare un senso di appartenenza che ci leghi a luoghi, affetti e tradizioni? Possiamo ancora oggi sentirci parte di comunità territorialmente più ristrette, racchiuse in un’intimità di storie, culture e tramandi, oppure dobbiamo arrenderci al richiamo della “comunità globale”? Ha senso oggi parlare di Identità?
L’argomento non è facile da affrontare perché l’ignoranza di chi vive per l’esclusione e mai per l’inclusione è sempre dietro l’angolo, il rischio di apparire anacronistici, reazionari e simpaticamente folkloristici è tanto. Il non considerare, però, il tema delle identità sarebbe un errore al pari della sua retorica esaltazione: forze politiche ultraconservatrici e fortemente identitarie sono in crescita sia in Europa che negli Stati Uniti. Far finta che sia un fenomeno passeggero, che si tratti soltanto di un rigurgito novecentesco, sarebbe uno sbaglio imperdonabile: non possiamo permettere che facili derive populistiche possano minare i nostri valori liberali e democratici. 
Per tutelarci dobbiamo compiere un’attenta analisi, è necessario imparare cosa vuol dire identità per non confonderla con l’ignobile intolleranza.
Oggi una corretta “cultura sulle identità” ridurrebbe drasticamente quei muri colmi di razzismo e discriminazione che fino ad oggi non siamo riusciti ad abbattere. La consapevolezza di ciò che si è e di cosa si rappresenta è il primo passo verso una concreta integrazione: non potrò mai imparare ad accogliere l’Altro se non accolgo la conoscenza di me. Non potrò mai comprendere l’Altro se non comprendo me stesso. Perché solo conoscendo le mie debolezze vedrò l’altrui virtù. E potrò migliorarmi.
Non è vero che le identità rappresentano un elemento nocivo per le nostre società: già Eraclito tra il IV ed il V secolo a.C. affermava che dalla continua “Polemos” tra gli opposti nascesse l’armonia del “Logos”, la legge universale della natura. Dal confronto si cresce, dallo scontro anche violento tra visioni antitetiche nascono i più grandi scambi di civiltà.
Le identità si muovono nel reciproco rispetto delle proprie differenze, senza prevalere le une sulle altre. Ridurre questi concetti a logiche sterili è ciò che osserviamo nelle nostre evolute società. Chi strumentalizza, chi si ostina a confondere idee così aperte, non parla di differenze, ma di invidie e livori. Chi discrimina non è identitario, chi allontana perché in cerca di facili soluzioni è un pressappochista (per non dire uno stupido nel peggiore dei casi).
È da qui che si deve partire, ci si deve ritrovare nella salvaguardia delle identità. Bisogna porre attenzione alle diversità affinché queste avvertano la responsabilità del proprio ruolo. È necessario valorizzare la tutela dei luoghi, delle tradizioni e dei territori perché è in questi elementi che troverà la propria forza un popolo. È da qui che si potrà ricostruire una coscienza sociale, morale e politica che possa trainare un paese.
Se la politica non sarà supportata da questi ideali, continueremo a rivivere la tragica realtà quotidiana, dove le idee sono sostituite dagli egoismi dei singoli, dove la passione civica è stata sbranata dalla fame di potere e di denaro. Quando manca una coscienza collettiva, assistiamo impietriti alla disgregazione della nostra società civile che lascia il posto all’antipolitica dei populismi.
“La politica è il luogo di sintesi in cui masse di individui si sentono popolo, partecipano alla vita pubblica, sentono di appartenere a una polis, pur senza escludere le differenze” direbbe Marcello Veneziani. Nulla di più vero.
Edoardo Mauro

venerdì 13 ottobre 2017

sulla democrazia partitica e sulla legge elettorale

Dopo l'intervento di Cristina Dettù su questo blog in merito al processo di formazione della nuova legge elettorale (leggi qui), ospitiamo un importante e gradito intervento dell'amico, prima che analista politico e docente universitario, Nunziante Mastrolia, già ospite di Andare Oltre a Galatina nel corso di un interessante convegno sul referendum costituzionale. Al centro delle sue riflessioni, una questione che da sempre a noi cara: e se il problema vero non fosse il sistema elettorale ma il sistema partitico?

Visto che non sono la Corte costituzionale, non mi pare il caso di mettermi a disquisire di costituzionalità o meno della legge elettorale.
Però qualche considerazione generale vorrei farla sugli “alti lai” sul “golpe istituzionale” e il “parlamento di nominati” che si sentono in queste ore. Parole che a me, francamente, paiono pesanti e poco meditate.
“Le parole sono pietre”, scriveva Carlo Levi. A volte bisognerebbe ricordarsene.
Partiamo dal principio. In assemblea costituente si decise di non fissare in costituzione un preciso sistema elettorale, ma di lasciarne la determinazione al Parlamento, senza, per giunta, prevedere particolari maggioranze. Il che significa che, carta costituzionale alla mano, la legge elettorale è un atto della maggioranza di governo, che ha la possibilità (la Carta non lo vieta) anche di imporre il voto di fiducia.
Non è bello? Sono d’accordo! Le regole del gioco andrebbero fissate all’unanimità? Giusta aspirazione! Il Consiglio d'Europa vieta di cambiare una legge quando manca meno di un anno dalle elezioni? Sacrosanto.
Ma riconosciuto ciò, si deve anche dire che siamo nella perfetta legalità costituzionale e parlare di “golpe istituzionale” è, quanto meno, fuori luogo.
Quanto alla questione del voto di preferenza, attenzione perchè la maggior parte delle grandi democrazie, con un sistema di voto proporzionale, non hanno il voto di preferenza su lista aperta .
Per quanto ne so, ma posso sbagliarmi, il voto di preferenza su lista non bloccata è presente solo (tra i maggiori) in Grecia, Finlandia, Bulgaria.
In tutti gli altri casi è il partito che decide chi e in che ordine deve essere nel listino. E’ un problema? Ma proprio per niente, visto che i partiti non sono delle società segrete ma delle associazioni democratiche.
E’ un passaggio così importante che noi lo abbiamo scritto in Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Se i cittadini non partecipano, se non ci sono partiti degni di questo nome e se la vita interna dei partiti non si svolge con metodo democratico è possibile pensare che la democrazia in un paese possa prosperare? Non si deve chiedere alle leggi elettorali più di quello che possono fare: se non ricostruiamo i partiti come veicolo di partecipazione dei cittadini alla determinazione della politica nazionale, gli ingegneri elettorali potranno risolvere poco. Questo significa che l’inghippo non è nella legge elettorale, ma in quello che le sta a monte.
In altri paesi non si grida allo scandalo davanti ai listini bloccati, perchè la loro composizione è stata determinata con metodo democratico dai cittadini che liberamente hanno concorso a determinare la politica nazionale attraverso partiti con regole democratiche.
Se tutto ciò non accade, il problema non si risolve con le preferenze, sia perchè generano una lievitazione mostruosa delle spese elettorali, consentendo, nella migliore delle ipotesi, a chi ha più soldi o più ampie clientele di essere eletto, sia perchè la scelta avviene comunque all’interno di un numero ridotto di nomi, scelti senza alcun metodo democratico.
Pertanto mi pare, anche in questo caso, poco corretto parlare di un “parlamento di nominati” come se fosse uno strappo alle regole della comune democrazia europea.
Le reazioni dunque di queste ore mi paiono scomposte. C’è già chi già si immagina sulle barricate a offrire, impavido, il petto alle pallottole degli austriaci o dei gringo americani (uno vale l’altro) mentre a squarciagola grida al cielo "Oggi e siempre rivoluzione!".
Sento la solita insopportabile aria di massimalismo tragicomico. Anzi no, melodrammatico. (Ma tu vuoi vedere che la sorgente di questo antico vizio nazionale sta proprio nel fatto che siamo la patria del melodramma?).
Intanto Di Battista sogna Che Guevara, ha comprato in cartoleria il diario nuovo ed ha fatto la revisione allo scooter. Meglio non dare il destro alle guardie infami, al soldo dell’imperialismo plutocratico massonico, e consentire loro di farti la contravvenzione di euri 12.

11 ottobre 2017

Nunziante Mastrolia
analista politico
www.licosia.com 

giovedì 12 ottobre 2017

scegliere è anche farsi scegliere

Verso i 17 anni credevo di essere comunista. Le lotte studentesche, l’occupazione scolastica del ‘93, i cortei con la kefiah al collo, mi diedero l’illusione di sapere esattamente cosa volessi e per quali ideali battermi. Non tardai però a scoprirmi più vicina a concetti di destra, talvolta anche estrema, passando per una fase “radicale” dovuta probabilmente anche al grande fascino esercitato da politici liberali molto attivi in quegli anni, Emma Bonino e Marco Pannella. In famiglia i riferimenti erano destabilizzanti, avendo un nonno che benediceva i tempi mussoliniani e l’altro che, raccontando la sua seconda guerra mondiale, alzava il pugno chiuso della resistenza! In ogni caso, nonostante la mia indole, i principi che un po’ qua e un po’ là condividevo e la voglia di capire “da che parte stare”, lasciai che la mia vita non venisse influenzata dalle tendenze politiche e dalle amicizie del momento, cercando invece di comprendere, attraverso una selezione naturale dettata dalle esperienze personali, che posto avrei avuto nel mondo. Oggi, alla soglia dei 40 anni, sebbene non sia ancora certa del mio “posto nel mondo” qualche idea me la son fatta. So per certo che la politica non è un dato oggettivo, e che tutto è sovvertibile. Destra e sinistra non sono più delineate come la storia ci insegna, essendo di fatto contaminate da inciuci e schifosi espedienti talmente grandi che i principi morali su cui quel movimento stesso fu fondato, passano sicuramente in secondo piano. Basti guardare il circo parlamentare a cui tutti noi assistiamo quotidianamente, per capire che nessun “politico” sceglie e difende un concetto per pura “fedeltà all’ideale”, ma è tutta una grande ipocrita famiglia di cani rabbiosi che alla fine della fiera, non si mordono mai fra di loro ma si pattano il bottino rifilandoci una brodaglia di osceni compromessi. Mi sento allora di poter affermare che tuttalpiù si può avere un orientamento appena più affine alla destra o alla sinistra, o almeno a quei dogmi a cui l’immaginario collettivo è abituato, ma nulla di realmente definito. Con questa prefazione quasi pittoresca, ho deciso di ANDARE OLTRE, oltre le apparenze, oltre i pregiudizi, oltre le banalità e oltre ogni sfida. Qualcuno mi ha chiesto “perché” e in verità la risposta è davvero semplice. Non sento il bisogno di dare una connotazione partitica alla mia scelta ma, l’insieme di obiettivi che questa comunità militante persegue, nel complesso, oggi rappresenta quel programma di intenti che mi porta inevitabilmente ad una sola parola: speranza. La speranza che si possa ancora “risorgere” e nel nostro piccolo fare qualcosa di grande, senza fermarsi davanti alla forma, né allo strascico di un preconcetto, del fanatismo più becero e di una chiusura mentale che ci renderebbe ciechi dinanzi ad un potenziale raggiungibile traguardo. Ho scelto di far parte di un progetto in cui credo, senza voltarmi indietro, senza remore e senza indugio, ma con l’ardore nel cuore di chi non si arrende ai tranelli della politica, ma vuole lottare per lasciare in eredità un mondo migliore.

#andareoltre #aloha #nessunosisalvadasolo #ciaolota

Lilia Maffei