mercoledì 23 novembre 2016

perché è la volta dei trenta-quarantenni

Esordisce oggi il "signorW", amico di Andare Oltre Galatina che, così come il più famoso Nazareno Renzoni di Servizio Pubblico o così come il più nostrano Pasquino Galatino, ci aiuterà a capire la situazione cittadina... e a giocarci su. Buona lettura.

Galatina è un paese in forte regressione ormai da decenni e da più legislature è amministrata sempre dalle stesse persone, elette con un sistema clientelare. Una classe politica ormai "cinquantenne" (a parte qualche eccezione) che ha sfasciato il paese. È tempo che queste persone si facciano da parte o che l'elettorato comprenda che votare "sempre gli stessi" non porta nessun reale beneficio alla nostra Città. Le cronache di questi giorni, però, non ci fanno ben sperare. I maestri dell'immobilismo sono pronti per tornare nel ring elettorale, come se nulla fosse. Ma il tempo della pazienza è terminato. I galatinesi devono dare un forte segnale con il voto della primavera 2017.  
Prendiamo cosa è accaduto a Nardò. Finalmente la società neretina ha saputo svoltare, ha saputo "rottamare" una classe dirigente che si era alternata negli anni senza dare risposte ed era riuscita a anche ad ripresentarsi sempre sotto differenti insegne. Pippi Mellone in un sol colpo, con un serio lavoro costruito negli anni e con il sostegno della Città, ha mandato a casa tutti i responsabili dei disastri passati. 
A Galatina servirebbe un'operazione speculare. Al di fuori dei vecchi steccati della destra e della sinistra. Un'operazione che metta insieme tutti i giovani e meno giovani, quei trenta-quarantenni che fino ad ora sono stati esclusi dalle stanze dei bottoni e che vogliono bene alla Città. Che credono nel cambiamento. Che credono nel superamento dello status quo. Che vogliono una Città più pulita e più ordinata. Che vogliono una Città al passo con i tempi. Che vogliono una Città con una mobilità sostenibile. Che vogliono una Città più verde e a dimensione di bimbo. Che sognano una Galatina più bella. Insomma, dopo anni buttati al vento per l'incompetenza di questa classe dirigente ormai usurata, è tempo di mettere insieme le forze nuove e fresche per dare un'opportunità alla nostra amata Galatina. Le elezioni sono alle porte, non lasciamoci sfuggire questa occasione.
W

martedì 8 novembre 2016

Yes, We can

Riceviamo e pubblichiamo

Chiariamoci, comunque finiranno queste elezioni presidenziali americane 2016, non sarà un successo.

Nella culla della democrazia, ogni risultato elettorale desterà sicuramente forti perplessità sul futuro: oltre ad un voto che si preannuncia combattutissimo, scheda dopo scheda seguendo l'ordine temporale dettato dai tre fusi orari americani, domande con pericolose risposte spingeranno gli elettori americani alle urne. Come farà un tycoon megalomane ed estraneo (se non in antitesi) con la politica, a reggere il ruolo di presidente degli Usa? E se sarà l'ex first lady di Bill Clinton, Hillary, a trionfare, l'America riuscirà a dormire sogni più tranquilli?

Questi due candidati si presentano nella più assurda campagna elettorale americana nelle vesti di figli del loro tempo. Trump, cavalcando l'onda delle grandi paure occidentali con proposte altrettanto inquietanti, ha polverizzato l'establishment del Partito Repubblicano vincendo le primarie con modi e movimenti da vero e proprio pugile: attacca, affonda, colpisce duro dritto sul muso. Vuole costruire muri al confine sud del Paese, contro i "delinquenti" del Messico, chiede alleanze a Putin, si dimostra promotore della campagna pro-armi. Rinnega il politicamente corretto, minimizza il ruolo del partito dell'elefante che lo ha portato alla candidatura, scatenando l'ira dei Bush e di gran parte della classe dirigente repubblicana. E’ perennemente sotto accusa da parte dell'opinione pubblica a causa delle sue frasi razziste, xenofobe e misogine, dette gran parte in conversazioni non private.

La Clinton si butta nuovamente nella mischia delle presidenziali dopo l'esperienza di Segretario di Stato, sostenuta ovviamente dal marito Bill e da Barack Obama e sua moglie Michelle. Punto di riferimento nella leadership dei Democratici, ha dovuto combattere aspramente con il senatore Bernie Sanders durante le primarie, riuscendo però a portare a casa la partita. Molto criticata per i suoi contatti con le monarchie del Golfo Persico, Hillary rischia a causa di mail intercettate riguardanti suo marito Bill e per colpa dei finanziatori della sua campagna elettorale (si parte dall' Arabia Saudita, covo di interessi fondamentalisti, fino alla Coca Cola ed altri gruppi di interessi internazionali). Celebre l'accusa del suo sfidante Sanders durante le primarie: “Come potrai riformare davvero Wall Street mentre spendono milioni e milioni di dollari in contributi alla tua campagna elettorale?". La Clinton è chiara rappresentazione della vecchia politica americana, fatta di luci e ombre, di compromessi in nome della democrazia.

Nemmeno i programmi convincono molto: ad esempio le promesse di una riduzione della tassazione e dell'aliquota fiscale sulle imprese da parte di Trump risulterebbe assai improbabile se (come alcuni principi macroeconomici ci insegnano) non si vuole aggravare il deficit pubblico. La Clinton pecca di più in politica estera, a causa delle sue sopracitate "amicizie" e le proposte di politica interna risultano retoriche, tanto fumo negli occhi e poco arrosto.

Insomma impreparazioni e dure insinuazioni volte a screditare il nemico hanno rappresentato questa corsa alla Casa Bianca. Ed ecco spiegato il grande interesse internazionale verso questa tornata elettorale americana

Perché la crisi, non solo economica ma anche della leadership, non aveva mai attaccato Washington così duramente. Il grande recupero Usa dopo il 2007 aveva trascinato la vecchia Europa: il clima di ottimismo, gli "Yes, we can", rendevano la democratica fortezza americana inespugnabile da forze endogene. Ma la "stagnazione secolare" (annunciata così da economisti come Geithner e Summers), l'inesistenza di risposte nel processo di sviluppo odierno, la preoccupazione della classe media e l’incertezza delle istituzioni durante il mandato Obama, hanno condotto questi due impensabili candidati a giocarsi la poltrona dello Studio Ovale. E così i trascinatori rischiano di essere condotti verso la "fine di un’epoca", dove gli schieramenti politici assumono connotati diversi e le logiche di partito tradizionali perdono giorno dopo giorno credibilità e probabilità di successo. E con esse ovviamente, sfumano visioni e processi dati come, non dico eterni, ma quasi.

E noi? Come l’Italia e l’Europa possono porsi nei confronti dell'esito del voto americano?

Anche noi affrontiamo una delle crisi di leadership più grosse della nostra storia repubblicana e comunitaria. Con un Renzi, uomo solo al comando, che si gioca le sue carte sul referendum costituzionale di Dicembre (benedetto, per altro, anche da Obama qualche giorno fa), con un’Europa divisa e immobile su vitali temi sociali ed economici, l'importanza di trovare una risposta alle nostre domande senza subire inaffidabili condizionamenti internazionali, oggi ci dà un senso di maggiore responsabilità. E' arrivato il momento per l'Italia e per l’Europa, di trovare soluzioni non in altri luoghi, ma nelle nostre case e nelle nostre realtà: solo così potremmo finalmente trovare risposte concrete e attuabili, che si adattino perfettamente al nostro tessuto sociale. Dobbiamo rafforzare il ruolo delle nostre istituzioni con posizioni chiare ed inequivocabili sia in politica estera che interna. Dobbiamo comprendere quello che siamo per capire cosa vogliamo diventare.

Usare la miccia di una bomba che rischia di esplodere per accendere finalmente il nostro futuro. Usare le nostre paure come forza di cambiamento. Solo così ce la faremo. Yes, We can.

Edoardo Mauro

venerdì 4 novembre 2016

su "le lupe", romanzo di Flavia Perina

Flavia Perina, Le lupe, Baldini&Castoldi, 2016
John King, geniale scrittore della chemical generation, autore tra le altre cose della trilogia sul calcio (fedeli alla tribù, cacciatori di tese e fuori casa), fa dire ad uno suo protagonista che "gli sbirri non sono che una tifoseria come le altre, con l'unica differenza che non pagano mai per ciò che fanno" (la citazione è più o meno a memoria). Ecco, è come se in Flaminia, la protagonista del romanzo di Flavia Perina, questo concetto fosse non solo ben stampato in testa ma anche digerito per bene dal non farle mai, in nessun momento, passare per la testa il fidiamoci-della-giustizia. È finita troppo chiaro a Flaminia che sono troppi i Gabriele Sandri, gli Stefano Androvaldi, gli Stefano Cucchi in questo paese per poter anche solo sospettare che questa volta possa andare diversamente. Ma il suo merito più grande è quello di dirlo fuori dai denti, senza finti moralismi, senza preoccuparsi della forma; “vedo il ritratto mostruoso di un inconsapevole, lontano mille miglia da ogni senso di colpa. E' un cretino qualsiasi. Se facesse il bidello, o l'autista, o il manovale, sarebbe ugualmente bovino, e però non dormirebbe da tre notti, come me, nel terrore di sentire bussare alla porta. Ma fa il poliziotto, è lui quello che bussa alla porta, quindi può risparmiarsi anche l'insonnia ed è per questo che alla fine mi gira la testa. L'impotenza che provo mi fa pulsare le tempie come un tamburo.”
E poi c'è la poesia di un mondo che fa quadrato, che anche dopo anni di lontananza al primo sguardo, senza nemmeno bisogno di parole, sa perfettamente cosa può fare e lo fa, un mondo lontano nel tempo, un mondo che forse ognuno di noi vorrebbe avere come ultima risorsa sulla quale poter sempre contare. Un mondo diverso e distante da "ciò che con la vita si diventa" ma che più della realtà quotidiana ti conosce e ti soccorre. Un mondo umano e politico che viene descritto con una lucidità fuori da quella retorica che in questi anni ci ha ammorbato; “erano persone finite quasi per caso nel recinto sempre più stretto della destra, dove convivevano per necessità di sopravvivenza tribù improbabili ed assolutamente incompatibili: i matti di Civiltà Cattolica che menavano col crocefisso e i pagani che sacrificavano galli neri al Solstizio d’Inverno, i seguaci del culto di Mitra e quelli di monsignor Lefevre, orientalisti e futuristi, punk e cover-band beatlesiane, Evoliani e Gentiliani, ecologisti e operaisti, steineriani e monarchici, che una volta saltata la riserva indiana sarebbero finiti a pascolare ciascuno per conto suo senza rimpianti.”
Le lupe, il romanzo edito da Baldini&Castoldi, è anche questo. E’ la storia di un’ingiustizia e della reazione di una madre che non si rassegna a vedere le cose andare come devono andare. Ma quello che più ferisce è che la storia dell’ingiustizia e della dinamica degli eventi è assolutamente credibile e compatibile con la realtà che viviamo. Il pugno nello stomaco lo senti arrivare dritto e preciso quando capisci che sì, è già successo, non è solo una storia romanzata, è così che vanno le cose. Ed il romanzo forse è il mezzo di denuncia sociale più forte a disposizione, più forte dell’inchiesta giornalistica, del servizio in prima serata, dell’immagine di quel ragazzo sbattuta in prima pagina. E dopo quel pugno resti tramortito, perché quella storia ti resta dentro e attraverso quella storia leggi la realtà in maniera diversa, più vera, più umana. Nelle contabilità delle guerra, i morti nemici sono numeri, i morti amici invece hanno storie, vite, relazioni… ecco, Flavia Perina racconta la storia, la vita, le relazioni di uno di quei numeri.