martedì 8 novembre 2016

Yes, We can

Riceviamo e pubblichiamo

Chiariamoci, comunque finiranno queste elezioni presidenziali americane 2016, non sarà un successo.

Nella culla della democrazia, ogni risultato elettorale desterà sicuramente forti perplessità sul futuro: oltre ad un voto che si preannuncia combattutissimo, scheda dopo scheda seguendo l'ordine temporale dettato dai tre fusi orari americani, domande con pericolose risposte spingeranno gli elettori americani alle urne. Come farà un tycoon megalomane ed estraneo (se non in antitesi) con la politica, a reggere il ruolo di presidente degli Usa? E se sarà l'ex first lady di Bill Clinton, Hillary, a trionfare, l'America riuscirà a dormire sogni più tranquilli?

Questi due candidati si presentano nella più assurda campagna elettorale americana nelle vesti di figli del loro tempo. Trump, cavalcando l'onda delle grandi paure occidentali con proposte altrettanto inquietanti, ha polverizzato l'establishment del Partito Repubblicano vincendo le primarie con modi e movimenti da vero e proprio pugile: attacca, affonda, colpisce duro dritto sul muso. Vuole costruire muri al confine sud del Paese, contro i "delinquenti" del Messico, chiede alleanze a Putin, si dimostra promotore della campagna pro-armi. Rinnega il politicamente corretto, minimizza il ruolo del partito dell'elefante che lo ha portato alla candidatura, scatenando l'ira dei Bush e di gran parte della classe dirigente repubblicana. E’ perennemente sotto accusa da parte dell'opinione pubblica a causa delle sue frasi razziste, xenofobe e misogine, dette gran parte in conversazioni non private.

La Clinton si butta nuovamente nella mischia delle presidenziali dopo l'esperienza di Segretario di Stato, sostenuta ovviamente dal marito Bill e da Barack Obama e sua moglie Michelle. Punto di riferimento nella leadership dei Democratici, ha dovuto combattere aspramente con il senatore Bernie Sanders durante le primarie, riuscendo però a portare a casa la partita. Molto criticata per i suoi contatti con le monarchie del Golfo Persico, Hillary rischia a causa di mail intercettate riguardanti suo marito Bill e per colpa dei finanziatori della sua campagna elettorale (si parte dall' Arabia Saudita, covo di interessi fondamentalisti, fino alla Coca Cola ed altri gruppi di interessi internazionali). Celebre l'accusa del suo sfidante Sanders durante le primarie: “Come potrai riformare davvero Wall Street mentre spendono milioni e milioni di dollari in contributi alla tua campagna elettorale?". La Clinton è chiara rappresentazione della vecchia politica americana, fatta di luci e ombre, di compromessi in nome della democrazia.

Nemmeno i programmi convincono molto: ad esempio le promesse di una riduzione della tassazione e dell'aliquota fiscale sulle imprese da parte di Trump risulterebbe assai improbabile se (come alcuni principi macroeconomici ci insegnano) non si vuole aggravare il deficit pubblico. La Clinton pecca di più in politica estera, a causa delle sue sopracitate "amicizie" e le proposte di politica interna risultano retoriche, tanto fumo negli occhi e poco arrosto.

Insomma impreparazioni e dure insinuazioni volte a screditare il nemico hanno rappresentato questa corsa alla Casa Bianca. Ed ecco spiegato il grande interesse internazionale verso questa tornata elettorale americana

Perché la crisi, non solo economica ma anche della leadership, non aveva mai attaccato Washington così duramente. Il grande recupero Usa dopo il 2007 aveva trascinato la vecchia Europa: il clima di ottimismo, gli "Yes, we can", rendevano la democratica fortezza americana inespugnabile da forze endogene. Ma la "stagnazione secolare" (annunciata così da economisti come Geithner e Summers), l'inesistenza di risposte nel processo di sviluppo odierno, la preoccupazione della classe media e l’incertezza delle istituzioni durante il mandato Obama, hanno condotto questi due impensabili candidati a giocarsi la poltrona dello Studio Ovale. E così i trascinatori rischiano di essere condotti verso la "fine di un’epoca", dove gli schieramenti politici assumono connotati diversi e le logiche di partito tradizionali perdono giorno dopo giorno credibilità e probabilità di successo. E con esse ovviamente, sfumano visioni e processi dati come, non dico eterni, ma quasi.

E noi? Come l’Italia e l’Europa possono porsi nei confronti dell'esito del voto americano?

Anche noi affrontiamo una delle crisi di leadership più grosse della nostra storia repubblicana e comunitaria. Con un Renzi, uomo solo al comando, che si gioca le sue carte sul referendum costituzionale di Dicembre (benedetto, per altro, anche da Obama qualche giorno fa), con un’Europa divisa e immobile su vitali temi sociali ed economici, l'importanza di trovare una risposta alle nostre domande senza subire inaffidabili condizionamenti internazionali, oggi ci dà un senso di maggiore responsabilità. E' arrivato il momento per l'Italia e per l’Europa, di trovare soluzioni non in altri luoghi, ma nelle nostre case e nelle nostre realtà: solo così potremmo finalmente trovare risposte concrete e attuabili, che si adattino perfettamente al nostro tessuto sociale. Dobbiamo rafforzare il ruolo delle nostre istituzioni con posizioni chiare ed inequivocabili sia in politica estera che interna. Dobbiamo comprendere quello che siamo per capire cosa vogliamo diventare.

Usare la miccia di una bomba che rischia di esplodere per accendere finalmente il nostro futuro. Usare le nostre paure come forza di cambiamento. Solo così ce la faremo. Yes, We can.

Edoardo Mauro

venerdì 4 novembre 2016

su "le lupe", romanzo di Flavia Perina

Flavia Perina, Le lupe, Baldini&Castoldi, 2016
John King, geniale scrittore della chemical generation, autore tra le altre cose della trilogia sul calcio (fedeli alla tribù, cacciatori di tese e fuori casa), fa dire ad uno suo protagonista che "gli sbirri non sono che una tifoseria come le altre, con l'unica differenza che non pagano mai per ciò che fanno" (la citazione è più o meno a memoria). Ecco, è come se in Flaminia, la protagonista del romanzo di Flavia Perina, questo concetto fosse non solo ben stampato in testa ma anche digerito per bene dal non farle mai, in nessun momento, passare per la testa il fidiamoci-della-giustizia. È finita troppo chiaro a Flaminia che sono troppi i Gabriele Sandri, gli Stefano Androvaldi, gli Stefano Cucchi in questo paese per poter anche solo sospettare che questa volta possa andare diversamente. Ma il suo merito più grande è quello di dirlo fuori dai denti, senza finti moralismi, senza preoccuparsi della forma; “vedo il ritratto mostruoso di un inconsapevole, lontano mille miglia da ogni senso di colpa. E' un cretino qualsiasi. Se facesse il bidello, o l'autista, o il manovale, sarebbe ugualmente bovino, e però non dormirebbe da tre notti, come me, nel terrore di sentire bussare alla porta. Ma fa il poliziotto, è lui quello che bussa alla porta, quindi può risparmiarsi anche l'insonnia ed è per questo che alla fine mi gira la testa. L'impotenza che provo mi fa pulsare le tempie come un tamburo.”
E poi c'è la poesia di un mondo che fa quadrato, che anche dopo anni di lontananza al primo sguardo, senza nemmeno bisogno di parole, sa perfettamente cosa può fare e lo fa, un mondo lontano nel tempo, un mondo che forse ognuno di noi vorrebbe avere come ultima risorsa sulla quale poter sempre contare. Un mondo diverso e distante da "ciò che con la vita si diventa" ma che più della realtà quotidiana ti conosce e ti soccorre. Un mondo umano e politico che viene descritto con una lucidità fuori da quella retorica che in questi anni ci ha ammorbato; “erano persone finite quasi per caso nel recinto sempre più stretto della destra, dove convivevano per necessità di sopravvivenza tribù improbabili ed assolutamente incompatibili: i matti di Civiltà Cattolica che menavano col crocefisso e i pagani che sacrificavano galli neri al Solstizio d’Inverno, i seguaci del culto di Mitra e quelli di monsignor Lefevre, orientalisti e futuristi, punk e cover-band beatlesiane, Evoliani e Gentiliani, ecologisti e operaisti, steineriani e monarchici, che una volta saltata la riserva indiana sarebbero finiti a pascolare ciascuno per conto suo senza rimpianti.”
Le lupe, il romanzo edito da Baldini&Castoldi, è anche questo. E’ la storia di un’ingiustizia e della reazione di una madre che non si rassegna a vedere le cose andare come devono andare. Ma quello che più ferisce è che la storia dell’ingiustizia e della dinamica degli eventi è assolutamente credibile e compatibile con la realtà che viviamo. Il pugno nello stomaco lo senti arrivare dritto e preciso quando capisci che sì, è già successo, non è solo una storia romanzata, è così che vanno le cose. Ed il romanzo forse è il mezzo di denuncia sociale più forte a disposizione, più forte dell’inchiesta giornalistica, del servizio in prima serata, dell’immagine di quel ragazzo sbattuta in prima pagina. E dopo quel pugno resti tramortito, perché quella storia ti resta dentro e attraverso quella storia leggi la realtà in maniera diversa, più vera, più umana. Nelle contabilità delle guerra, i morti nemici sono numeri, i morti amici invece hanno storie, vite, relazioni… ecco, Flavia Perina racconta la storia, la vita, le relazioni di uno di quei numeri.

mercoledì 20 luglio 2016

19 luglio 1992 - 19 luglio 2016: Paolo vive!

“La paura è umana, ma combattetela con il coraggio”. Paolo Borsellino era convinto che la mafia si sconfiggesse solo ed esclusivamente parlandone, scendendo in Piazza e combattendo ogni timore con i valori adatti a sconfiggere la malavita.



Da vent’anni a questa parte, a Palermo si svolge la fiaccolata in memoria del magistrato ucciso il 19 luglio 1992. Anche quest’anno, l’associazione politico-culturale Andare Oltre di Nardò, con il patrocinio del Comune, ha invitato il popolo neretino a scendere in Piazza, a prendere parte alla fiaccolata in memoria del Giudice che ha stanato la malavita.



Con una fiaccolata partita da Piazza Salandra il corteo, con a capo il neo sindaco Pippi Mellone, si è diretto nei pressi del tribunale di Nardò, in via Falcone – Borsellino, dove il Primo Cittadino insieme al procuratore aggiunto e prossimo capo della Direzione Distrettuale Antimafia Antonio De Donno,  ha depositato una corona di fiori per commemorare la scomparsa dei due Magistrati.


Anche con la fascia tricolore, Mellone aderisce in prima persona alle iniziative che per anni ha condotto personalmente. Da Sindaco, chiama a raccolta la sua Nardò in una fiaccolata, urlando simbolicamente che le mafie si sconfiggono con il coraggio e con la forza di parlarne, senza mai smettere. Chiamata a raccolta alla quale hanno aderito anche il neo sindaco di Gallipoli Stefano Minerva e il sempre presente assessore leccese Alessandro Delli Noci come a voler simboleggiare un'unità generazionale fuori dai vecchi schemi di partito di quella "gioventù che sta negando il consenso alla mafia".


Andare Oltre prosegue il proprio percorso rivolto alla società neretina, inclusa in qualsivoglia iniziativa dell’associazione politico-culturale che tanto fatto e altrettanto farà per migliorare la propria Città.
Un esempio da esportare in molti altri Paesi del Salento.


martedì 28 giugno 2016

di pulizia per le feste... di falchi e piccioni

Nei giorni scorsi la chiesa madre è stata interessata da un intervento straordinario di pulitura del guano dei piccioni che ormai in numero incontrollabile infestano il nostro centro storico e non solo. L'intervento, probabilmente, è stato effettuato in questi giorni in vista dell'imminente festa patronale e ci mancherebbe altro. Ma quanto potrà durare questa pulizia? E ogni quanto toccherà effettuarla per preservare la pulizia e l'integrità della facciata della chiesa madre e di tutte le altre chiese e di tutti gli altri palazzi del centro storico? E quanto questi interventi, nelle remota ipotesi in cui venissero effettuati con regolarità, costerebbero alla nostra Città? Oppure tutti i proprietari di palazzi del centro saranno costretti a mettere quegli antiestetici “spilloni” sui cornicioni, davanzali e su ogni altra superficie “appoggiabile”? O non è forse invece arrivato il momento di discutere del problema dei piccioni e del danno che costantemente arrecano alla nostra Città senza essere tacciati per stragisti?
Ma qui tocca fare un passo indietro. Nell'ultimo periodo dell'amministrazione Garrisi e su richiesta dei frati francescani, fu effettuato sui tetti della Basilica di Santa Caterina d'Alessandria un progetto-pilota di bird control con i falchi. Per una settimana i falchi si alzarono in volo e dimostrarono che solo un sistema naturale può debellare questa invasione. La presenza del falco, infatti, oltre ad allontanare i piccioni, aumenta anche il livello di stress e ne rallenta la riproduzione selvaggia a cui assistiamo oggi. Fu un intervento riuscitissimo, anche grazie alla professionalità del falconiere che curò il progetto (e che era già stato a Galatina nel corso delle due edizioni de La Notte Medievale) Fernando Mandorino, che infatti i frati ancora ricordano così come anche altri parroci hanno poi richiesto negli anni. Ma tutto si esaurì in quel progetto-pilota e, complici le risorse sempre esigue delle casse comunali e la poca lungimiranza nel loro utilizzo, al progetto non si siede seguito. Poi cambiarono le amministrazioni e il tutto venne archiviato.
Oggi forse sarebbe il caso di ritornarci su e di fare due conti: quanto costa ripulire regolarmente il nostro centro storico, le nostre chiese e i nostri palazzi dal guano? E ogni quanto tale pulizia andrebbe effettuata per avere un livello medio di decenza igienica nella Città? E quanto costano ai cittadini (o al Comune, come nel caso del Cavallino Bianco) quegli odiosi spilloni che occupano tutte le superfici "appoggiabili" degli immobili? E tutto ciò, con quali risultati? E quanto invece costerebbe investire in bird control e aggredire il problema? A volte non è una questione di soldi che mancano, ma di come vengono utilizzati. Dopotutto, la politica è questione di scelte. Che si continuano a non fare.

venerdì 24 giugno 2016

l’elezione… e le lezioni di Pippi

Da quella notte è passato qualche giorno ormai e altri ancora dovranno probabilmente passare perché si possa avere reale consapevolezza dell’accaduto. La vittoria di Pippi nella campagna elettorale di giugno è stata forse inaspettata per i più, ma certo non casuale e non improvvisata o fortuita: al contrario è stata preparata in ogni mossa, in ogni scelta, in ogni battaglia condotta… voto per voto in cinque anni di consiliatura e nei precedenti cinque di attività politica fuori dalle istituzioni. Già, perché la prima cosa che tocca ammettere è che mai come in questa occasione a pagare sia stato il lavoro quotidiano, l’impegno, la dedizione, il fare il consigliere comunale (più che il semplice esserlo) con passione e professionalità, come fosse un lavoro; non inteso come qualcosa che deve far guadagnare ma come qualcosa a cui dedicare otto, dieci e a volte anche quindici ore al giorno.
IN CONSIGLIO. Cinque anni fa, Pippi diventava consigliere comunale e sin da subito interpretava il suo ruolo da perfetto “rompicoglioni di palazzo”, consapevole che il suo più grande potere era quello che gli veniva riconosciuto dal testo unico degli enti locali: il diritto di accesso agli atti. E quindi sotto con richieste di documentazione su ogni materia divenisse oggetto di polemica politica, premessa di approfondimento e di realizzazione di battaglie circostanziate e accurate che poi spesso finivano a bersaglio. E quando non portavano ad un risultato immediato, erano le premesse per il delinearsi del soggetto politico Pippi Mellone, del suo movimento politico Andare Oltre e della sua conseguente campagna elettorale. Ogni passaggio dei suoi comizi era una battaglia fatta, ogni iniziativa era conseguente ad una richiesta di atti, ogni sua iniziativa era ampiamente documentata. Con una frase comunicativamente molto fortunata Grillo disse che “i parlamentari 5stelle avrebbero dovuto aprire il Parlamento come una scatoletta di sardine”; poi non è che lo abbiano fatto per davvero (ma questo è un altro discorso). Con una descrizione più rozza noi possiamo dire che Pippi sia stato il “piede di porco” che ha aperto il palazzo comunale, svelando convivenze e accordi che spesso venivano tenuti nascosti e rendendo trasparenti le vere stanze del potere (che spesso non solo i luoghi del consiglio e della giunta (ma anche questo è un altro discorso).
SENZA TAPPO. In tutto questo tempo Pippi ha goduto di una libertà d’azione quasi assoluta. Frutto di un grande gruppo che lo supportava e dell’assenza dei partiti tradizionalmente intesi che sui più giovani dei loro esponenti hanno sempre esercitato una funzione di tappo: “non è il momento”, “non è opportuno”, “aspettiamo che il periodo sia propizio”… e poi invece approfittavano della quiete per curarsi i loro interesse (proprio come succede durante le pax mafiose) e per sfiancare le giovani promesse che infatti poi migrano verso altri interessi o vengono uccisi in culla per evitare che scalzino la classe dirigente dominante in quel momento. Intendiamoci, non siamo contro i partiti, nei quali abbiamo militato nel corso della nostra esperienza personale, ma stiamo semplicemente fotografando un loro limite che Pippi, avendo avuto modo di crescere in un momento post-partitico, non ha incontrato. Lui un movimento politico (non una lista civica, non ci stancheremo mai di evidenziarne la differenza) se l’è fatto da solo quando è venuto meno il contenitore giovanile nel quale siamo cresciti tutti (Azione Giovani) ed ha continuato a mani libere.
MANI LIBERE. In nessuno dei partiti tradizionali, passati o presenti, uno come lui sarebbe mai nemmeno stato preso in considerazione per una candidatura. Così come in nessuno dei partiti tradizionali, passati o presenti, avrebbe potuto fare le battaglie che ha fatto: contro lo scarico a mare o per intitolare la sala consiliare a Renata Fonte, solo per citarne due simboliche. E ora che è sindaco ha un dono che forse pochi sindaci in giro per l’Italia hanno: ha le mani libere. Non c’è niente e nessuno che possa impedirgli di portare a compimento tutto ciò che ha detto in campagna elettorale e nei cinque anni precedenti. Ha vinto lui, il suo programma, il suo lavoro, le sue idee (si dice “lui” per dire il “suo gruppo”, in politica non vince mai uno solo ma sempre un gruppo, una squadra, una comunità… poi però si semplifica con “lui”). E, avendo vinto lui, ora è libero di fare tutto ciò che ha detto, non ha vincoli né dazi da pagare, non deve riconoscere nulla alla vecchia politica e ai vecchi metodi, può inaugurarne di nuovi. E ha la possibilità di crescere e di far crescere i suoi. Fra cinque anni saranno tutti più grandi, fra dieci saranno pronti a raccogliere la sua eredità e lui sarà proiettato di diritto nello scenario nazionale. A patto di percorrere la strada fin qui percorsa, ma non c’è ragione per dubitarne.
E A GALATINA? E a Galatina che si può importare di tutto questo? Nulla. Noi qui siamo all’anno zero: mai nessun consigliere ha fatto ciò che ha fatto Pippi (e ci spiace se qualcuno si risente, ma siete proprio lontani del nostro ideale di consigliere comunale e di suo codice di comportamento); i partiti e i gruppi elettorali (le cosiddette liste civiche) che popolano questo territorio sono ancora dei tappi che tengono compresse le aspirazioni dei ragazzi e della gente esterna a dare un contributo; il potere economico in campagna elettorale è ancora troppo forte; l’elettorato forse non è poi così interessato alle sorti della sua terra e preferisce votare il medico, il geometra, il farmacista, l’avvocato, il commercialista… che forse non faranno migliorare le condizioni di vita della Città ma “se ho un qualche bisogno, certo so a chi posso rivolgermi”. E allora tocca scegliere: o si costruisce qualcosa di nuovo, con gente nuova e, soprattutto, metodi nuovi… ma poi “nuovo” è un concetto vecchio… meglio riformulare… o si costruisce qualcosa di diverso con chi ha voglia di impegnarsi e non si è già “macchiato” di aver amministrato (e male… ma tanto quasi tutti quelli che sono passati non è che abbiano lasciato ‘sto gran segno…)… oppure si sceglie la strada del “piede di porco”: si lavora per mettere un piede in consiglio e aprirlo… con un gruppo che sia consapevole che non si va a vincere ma a cambiare la propria Città, magari non subito, magari passando da una sconfitta preparatoria, magari in due o tre turni elettorali… ma che poi, una volta, arrivati si avranno le mani libere. Dopotutto, a che serve vincere se poi non si hanno le mani libere?

mercoledì 8 giugno 2016

pulviscolo di destra 2, amministrative 2016

Riceviamo e pubblichiamo un'interessante analisi del voto di Edoardo Mauro.

Se dovessi accostare un’immagine alla situazione del centrodestra post amministrative 2016, sarebbe quella descritta da Munch nel suo capolavoro L’urlo. Proprio come il soggetto del quadro, osservo con uno sguardo spaventato (se non proprio con un grido) ciò che rimane dopo le carneficine di ieri notte (5 Giugno ndr). Una Waterloo di prospettiva e futuro, soprattutto per una totale mancanza di chiare indicazioni su ciò che sarà la leadership che guiderà il centrodestra del domani.
Non mi ritengo catastrofista o pessimista ad definire così la situazione che si presenta oggi. Sebbene un Parisi alle calcagna di Sala (40,77% per il candidato unico del centrodestra contro il 41,69% del candidato Pd, risultato abbastanza impensabile per la destra milanese, facilmente prevedibile, però, con lo scorrere dei giorni di campagna elettorale causa anche la totale assenza di alternative credibili ai due manager), il resto d’Italia vede un centrodestra perlopiù a inseguire: un Lettieri con Forza Italia e civiche a Napoli si attesta al 24,04% e poco potrà fare contro un lanciatissimo De Magistris al 42,82%, a Bologna la Borgonzoni è al 22,27% contro il candidato del centrosinistra Merola al 39,46%. Pochi sono i casi in cui il centrodestra si ritrova davanti al centrosinistra nei ballottaggi, come ad esempio a Grosseto, Novara e Trieste.
Arriviamo finalmente a Roma, la città che tanto aveva fatto discutere in questa tornata di amministrative per le vicende giudiziarie di Mafia Capitale e quelle dell’ex sindaco dimissionario Pd Ignazio Marino, defenestrato dal Campidoglio. La Capitale è stato il luogo dove l’Establishment del centrodestra ha fatto molto parlare di sé.
Durante la campagna elettorale, abbiamo assistito al ritiro di “gaffe-man” Bertolaso, nato come candidato unico, per far posto a Giorgia Meloni, appoggiata da Matteo Salvini, con la sua scelta d’amore da “mamma” dei romani e Alfio Marchini, appoggiato da Silvio Berlusconi.
Le cronache raccontano che stamattina Roma si sia risvegliata con un Movimento 5 Stelle al 35,25%, raggiunto meritatamente dalla candidata sindaco Virginia Raggi. Un risultato storico, che ridipinge il panorama politico nazionale. Ciò che lascia dietro di sé è un Pd con Roberto Giachetti al 24,87%, Giorgia Meloni al 20,64% e Alfio Marchini con solo il 10,97% di preferenze.
Il risultato della Meloni non è da buttar via, la neo-mamma partiva in ritardo rispetto ai suoi avversari e le premesse della campagna elettorale non lasciavano trasparire molto entusiasmo, ma, nonostante ciò, la destra romana ha risposto all’appello facendo sudare fino all’ultima scheda il candidato Pd Giachetti e lasciando con l’amaro in bocca la leader di Fratelli d’Italia, perché, dati e previsioni alla mano, con lei al ballottaggio sarebbe stata un’altra partita con la Raggi. C’è da aggiungere inoltre una più importante chiave di lettura a questo risultato: questo primo turno rappresentava una sfida da dentro o fuori per l’ex Ministro della Gioventù, una sua vittoria avrebbe certamente scosso le prove di forza tra Berlusconi e Salvini, portando prepotentemente in auge la Meloni nella corsa a leader della coalizione anti-renziana. Ora, però, mamma Giorgia si lecca le ferite e prova a sorridere guardando il risultato di Marchini.
Discendente della nota famiglia romana di costruttori, Alfio Marchini si aspettava un risultato decisamente migliore di un misero 10%. Colpa di Berlusconi direte voi. E fate bene. Fuori dal suo feudo meneghino, il Cavaliere è sempre più impotente (ah-ah-ah), vittima del suo ego e del timore di essere spodestato dal suo concittadino Matteo Salvini. Paure più che mai fondate, perché Salvini è l’unico oggi ad uscire integro da questa guerra civile del centrodestra, dove le mosse azzardate e politicamente sconsiderate dei suoi pretendenti alla leadership hanno lasciato lui come unico vincitore morale della singolar tenzone. Un lavoro di acuta tattica politica quella del segretario della Lega, non c’è che dire: a Milano, cavalcando l’onda di Parisi, risulterà vincitore in qualunque caso (anche se l’11,77% del capoluogo lombardo poteva essere più tondo) e a Roma sono mesi che critica la scelta di Bertolaso e poi Marchini da parte di Berlusconi. Grazie a Dio però non sfonda al Sud, luogo che rimane ancora vergine alle lusinghe nazional-padane.
E domani? Continuo a ripetere che, purtroppo, il futuro rimane incertissimo. Anche con l’eventuale vittoria di Parisi a Milano, il centrodestra resta diviso internamente e catalogato con un enorme punto interrogativo.
Salvini resta primo in classifica nella corsa per l’anti-Renzi, ma un uomo a capo di una forza ancora federalista, non potrà mai reggere lo scettro di leader della Destra. La Meloni ha il buon risultato romano dalla sua, ma è troppo poco di fronte alla scarsissima rilevanza nazionale del suo partito, dove i risultati sono stati miseri se non imbarazzanti. Berlusconi è alla fine della sua vita politica, ha fatto il suo tempo ed è giusto così.
Si prevedono tempi duri, se non durissimi, e temo che si annasperà ancora per molto in questo pantano.
Adesso, però, c’è bisogno di idee per poter riprogettare un soggetto politico sensato, per provare a costruire una Destra finalmente moderna. Bisognerebbe coinvolgere, ad esempio, in maniera seria e non “casareccia” quell’elettorato liberale dimenticato, il popolo della piccola e media imprenditoria italiana troppo vicino alle lusinghe renziane e orfano di Berlusconi, oppure si dovrebbero allontanare gli spettri della destra xenofoba e razzista, provando a costruire un area formata da contenuti e non da scontati slogan nostalgici. E’ l’unico modo per riacquistare credibilità in un elettorato tradito e per questo, ora, incuriosito dalle facili risposte pentastellate.
Aspettando maremoti che finalmente rimescolino le carte, mi godo un risultato elettorale, un battito di ali di farfalla, nella mia provincia di Lecce, dove fa scalpore il risultato di Pippi Mellone a Nardò. Ecco la vicenda raccontata in un post su Facebook da Flavia Perina, ex direttore responsabile del “Secolo d’Italia”:
Titolo: Il bizzarro caso del signor Pippi Mellone. Questo Pippi Mellone si candida a Nardò, che è il comune più grosso del Salentino al voto. Viene dall'antica filiera della destra ecologista e sociale, se ne frega del felpismo e della xenofobia, molla Fratelli d'Italia, si oppone a Fitto, costruisce una civica che non ha paura di definirsi progressista. Non è scemo: accetta l'appoggio di un pezzo di FI che da quelle parti è allo sbando. E' molto giovane, 31 anni, ma ha dieci anni di battaglie civiche e ambientaliste dalla parte sua. Ha reputazione, insomma. La lista la chiama Andare Oltre, e ci siamo capiti. Conquista il ballottaggio fregando il candidato fittiano e svuotando il M5S, che cinque anni fa aveva fatto il pieno. Una case history da studiare, cari di destra.”


Qualcuno grida aiuto. Speriamo che venga udito.

giovedì 26 maggio 2016

scusate il ritardo

Scusate il ritardo, verrebbe da dire. Sì, perché dopo essere partiti a spron battuto, abbiamo tirato il fiato e mollato la presa. Il blog non è stato aggiornato per un po'. Ma il nostro blog non è un sito d'informazione che vive sempre e comunque sul pezzo. Il nostro blog è uno degli spazi di vita della nostra associazione politico-culturale. Certo non l'unico. E così lo abbiamo trascurato per un po', ma cercheremo di recuperare.
In queste ultime settimane, siamo stati assorbiti soprattutto dall'attività preparatoria (e non solo) alle elezioni comunali di Nardò, dove è presente la lista di Andare Oltre e dove il nostro "fratello" Pippi Mellone è candidato sindaco a capo di una coalizione formata da otto liste. Senza simboli di partito dentro, certo. Ma non senza movimenti politici. Perché una cosa è "fuori dai partiti" perché magari in un dato momento storico uno non si riconosce nella linea di nessuno, tutt'altra cosa è "fuori dalla politica" o, peggio ancora "in un movimento civico". Già, "civico", magari figlio della società "civile"... come se chi si fa il culo tutto l'anno in un partito o in un movimento politico fosse meno civile di chi se ne sta bellamente a casa sua e nel suo lavoro, salvo poi scoprire il "bene comune" a quaranta giorni dal voto, come se ci fosse qualcosa di più nobile e civile di occuparsi tutti i giorni dell'anno e tutti gli anni (anche quelli nei quali non ci sono le elezioni) della propria terra, della propria gente, del proprio futuro. Ma tant'è, ed ormai, complice una pessima classe politica nazionale e locale, è vulgata comune considerare "civile" chi non fa politica e incivile chi la fa. Con delle conseguenze che sarebbe troppo lungo andare ad analizzare qui ma sulle quali prima o poi torneremo.
Si diceva, abbiamo tirato un po' il freno su Galatina perché abbiamo dato una mano e continueremo a darla in questo mese ai fratelli di Nardò. E questa è un'altra caratteristica che fu dei partiti: la mobilitazione anche oltre i confini del proprio territorio di competenza. "La mia patria è laddove si combatte per le mie idee" ci veniva insegnato negli anni della nostra formazione politica. Mentre i cosiddetti "civici" considerano il passaggio a livello il loro limite invalicabile, non osano superarlo salvo che per fare la scala santa da qualche potente di turno a cui andare a chiedere favori e candidature; sì, ma da indipendenti. Non sia mai che poi uno sia costretto a seguire un movimento politico anche in disgrazia, e in tempi di alterne vicende, non conviene mica legarsi. Potenza del civismo.
Gli altri, invece, noi comuni mortali, noi abituati a fare politica nei partiti che furono o nei movimenti politici che ci sono o, comunque, alla luce di una qualche forma di visione del mondo, volgarmente detta "ideologia" intesa come sistema complesso e articolato di idee volte a dare una interpretazione (magari non sempre corretta e comunque quasi mai esaustiva) delle dinamiche sociali, economiche, politiche e geopolitiche... gli altri, si diceva, sono abituati a ragionare in una logica globale in virtù della quale non tutto è concesso, non ogni movimento è consentito, non qualsiasi cosa permessa. E sta anche in questo il limite e al tempo stesso la bellezza dei movimenti politici rispetto a quelli civici. Ma a noi le scorciatoie non sono mai piaciute, altrimenti (forse) avremmo fatto carriera a suo tempo, non ora che ormai il nostro tempo è passato. A noi la vita comoda non è mai piaciuta, abbiamo sempre preferito le strade difficili, quelle poco battute, proprio come coloro che si "sedettero dalla parte del torto perché tutte le altre erano occupate". Ed è questo, infine, il senso di quel passaggio sul "non saremo mai una lista civica" nel primo post di questo blog: Andare Oltre è e resta un movimento politico, seppur non aderente a nessun partito nazionale, con una sua fisionomia ideale (se non vogliamo dire proprio ideologica) ben definita, pronto ad andare oltre appunto, ma non ad andare ovunque.